IL POSTO DEI MIRACOLI

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Dico a me stessa che le cose piccole sono grosse e quelle grosse sono piccole, che le vene scorrono come fiumi e i peli crescono come erba e per uno scarabeo una chiazza di muschio è come una foresta, e dallo spazio le forme dei continenti e le nuvole della terra sono come i colori di una biglia. Penso a come l’esterno di una nebulosa di ossigeno e idrogeno somiglia allo schizzo di una gocciolina di latte che cade, con le estremità che si sollevano a corona. Penso alle immagini di rocce e polvere e galassie nello spazio e non sembrano altro che fiocchi di neve in una bufera, e i buchi neri sembrano perle in contenitori profondi, i superammassi di galassie sembrano bolle di bagnoschiuma: sembrano favi, cellule di una foglia, il reticolo sul naso di un bombo. Che le volute di una nebulosa e gli anfratti di un fuoco che brucia emettono la stessa luce che a guardarla scalda gli occhi e li fa lacrimare. […] E allora so che sono enorme e sono piccola, che vado avanti per sempre e me ne sono andata in un momento, che sono giovane come un topolino appena nato e vecchia come l’Himalaya. Sono immobile e giro su me stessa. E se sono polvere allora sono anche polvere di stelle.

Grace McCleen, Il posto dei miracoli

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PATERLINI / FISICA QUANTISTICA DELLA VITA QUOTIDIANA

«Immaginate un’intera stanza, nel cuore dell’estate, con le finestre spalancate, la luce piena del sole che entra, e il caldo, e il profumo stordente del fieno. E tutte quelle farfalle, centinaia di farfalle».

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Piergiorgio Paterlini, Fisica quantistica della vita quotidiana. 101 microromanzi

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CARLOTTO CAROFIGLIO DE CATALDO / COCAINA

Un vero e proprio romanzo, benché composto da tre racconti che scorrono veloci senza che quasi si avvertano le differenze, legati da una sottile linea bianca che regala alla storia una narrazione compatta e fluida che non t’aspetti in un prodotto collettivo.
Massimo Vincenzi, «la Repubblica»

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De Gregorio / IO VI MALEDICO

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«Ca ira, ça ira, ça ira/ les aristocrates à la lanterne!». Terribile è il ritornello di uno dei più popolari canti della Rivoluzione francese, quando invoca l’impiccagione dei nobili per poi, come se non bastasse, ficcargli un bastone didietro per ciascuno. Ma la violenza urlata al femminile davanti alla Bastiglia (ne è rimasta celebre l’interpretazione di Edith Piaf) culminava pur sempre nella palingenesi, inneggiava a una speranza, tant’è che il nostro Carducci ha ripreso il miraggio di quel “ça ira” come futuro radioso. In ben altra rabbia si è imbattuta Concita De Gregorio misurando la temperatura dell’Italia contemporanea nel suo potente libro-inchiesta: Io vi maledico. Nessuna pulsione rivoluzionaria. Manca fra noi l’orizzonte di un rovesciamento delle gerarchie, dei dogmi classisti e tanto meno dei rapporti di produzione. La furia si ripiega su se stessa fino a bruciare l’anima in cui s’è accesa.

Gad Lerner, la Repubblica
(leggi l’articolo completo)

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Un’intervista a Christian Raimo su Il peso della grazia

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Giuseppe del Moro è il protagonista di questo romanzo. Dottorando, assegnista, ricercatore, alla fine un perfetto esemplare di precarietà sociale e esistenziale – soprattutto una persona distratta, ma distratta a livelli epici. Com’è nato e si è sviluppato durante la scrittura del romanzo questo personaggio?

Giuseppe prima di essere un personaggio è la voce narrante del libro. Ho capito che volevo un personaggio che fosse al tempo stesso una voce narrante molto presente, al limite dell’invadente, che cercasse da subito un rapporto di complicità con il lettore, dicendogli: ma non lo vedi anche tu il mondo così? La caratteristica fondamentale di Giuseppe è un pensiero ansioso, vibratile, mai fermo, che Giuseppe definisce “perennemente distratto”. Credo che l’ansia, questa distrazione perenne sia un modo nuovo e centrale di conoscenza della realtà oggi. Non è né una cosa bella né una cosa brutta. Alle volte sembra avvicinarci, coinvolgerci, alle volte sembra allontanarci, proteggerci rispetto al mondo.

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Marco Paolini Ausmerzen

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Il Doktor Pannwitz era un ingegnere chimico che esaminava dei candidati per il reparto polimerizzazione. Era solo un ingegnere chimico. Era solo un civile, faceva il suo mestiere. Però lo faceva ad Auschwitz e per farlo aveva dovuto soltanto smettere di pensare, di farsi domande scomode.

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Luigi Mainolfi: “Per i Millenni ho creato l’armatura di Ettore”

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Era una predestinazione. Luigi Mainolfi per la seconda volta illustra un classico della letteratura per la collana I Millenni dell’Einaudi. Dopo L’Odissea nel 2010 arriva ora L’Iliade. Il dittico di Omero, l’origine della letteratura occidentale con il suo modello narrativo, storico e antropologico, è un’opera che va al di là del tempo e dello spazio, che è insieme Storia, archetipo, mito, favola. Le stesse caratteristiche del lavoro del torinese Mainolfi, che dagli anni Settanta affonda le dita nelle radici arcaiche della terra per creare il suo immaginario fatto di natura e cultura, umanità e animali, antico e contemporaneo, con una fisicità primaria e popolare. Un pittore e un narratore travestiti da scultore.

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