Riccardo Gazzaniga e il cuore oscuro di ultras e poliziotti

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C’è un viaggio che porta dritto al cuore nero di ciascuno di noi e che ad alcuni è dato per scelta, ad altri per mestiere. Che per convenzione (e solo per quella) ci siamo abituati a chiamare con metonimia “ultras” o, con il suo reciproco e contrario, “celerini”. È un viaggio primario. Come le sue coordinate: violenza, amicizia, fratellanza, onore. Come i suoi odori: quelli del sangue e del sudore. Come il testosterone, che ne è il motore arcaico.

Dove non conta chi sei. Ma cosa fai. E come lo fai. E con chi lo fai. E dove. E quando. Perché nulla accade- tanto più l’ atto violento, la battaglia – se non diventa esibizione, gesto “pubblico”, “azione esemplare”. Mostrato in Rete, piuttosto che nei tg o nelle foto del quotidiani. Ebbene, nelle pagine premiate con l’ Italo Calvino 2012 di A Viso Coperto (Einaudi stile Libero, pp.532 euro 19,00), dell’ esordiente Riccardo Gazzaniga, sovraintendente della polizia di Stato a Genova, questo viaggio si fa romanzo. Capace, per passo narrativo e potenza corale dei personaggi e del loro punto di vista alternato, di trasfigurare la realtà della curva, della strada, del feroce scontro tra “travisati” – poliziotti e ultras – in epica urbana. In una Genova di raggelante solitudine, carica di funesti ricordi (i giorni del G8 2001) e di ancor più cupi presagi, due clan – le “Facce Coperte”, scheggia impazzita del tifo genoano, e gli uomini in divisa del Reparto Mobile, la Celere – si affrontano ferocemente fino ad un drammatico epilogo, specchiandosi nelle loro “somiglianze”. Perché per gli uni, come per gli altri, cementati nella legge non scritta del clan, che vesta la divisa da Ordine pubblicoo mostrii segni distintivi della ” firm “, il gruppo diventa luogo omertoso del riscatto e insieme della dannazione di ciascuno dei suoi appartenenti. Peggio: ordalìa continua, in cui misurare il coraggio, la fedeltà e nascondere il dubbio, la debolezza, la paura. In altre parole, la complessità umana di ciascuno di noi. Da poliziotto del Reparto Mobile, Gazzaniga conosce perfettamente la materia umana e “tecnica” che maneggia («Questo romanzo è frutto della fantasia dell’ autore. Certo, i fatti raccontati potrebbero accadere. E in forme, tempi e luoghi diversi, alcuni sono già accaduti», avverte con felice ironia il dis t i c o c h e apre il racconto). E accade così che non ci sia un solo personaggio tra quelli che si muovono sul proscenio di un tempo narrativo che abbraccia 11 giorni del mese di gennaio di un anno qualsiasi, che non restituisca lampi della solitudine, del nulla e del tormento “qualunque” che, dal lunedì al venerdì, tra una partita e l’ altra, tra uno scontro e l’ altro, tormentano, questa volta nella loro individualità, i giovani maschi adulti dei due “clan”. Perché se nel buio esistenziale di Fabio, magazziniere del Reparto Mobile con un figlio autistico, la sola luce è quella di un’ amicizia stretta su Facebook con una donna capace di riaccendere il desiderio e la voglia di vivere, ecco che in quello dell’ ultras Enrico c’ è la frustrazione di non avercelo lungo come quello di Robi, il tipo che, al contrario di lui, non ha difficoltà a farsela dare in macchina dalla sua donna. Ogni agonista ha il suo antagonista che drammaticamente gli somiglia nelle sue fragilità. Fino a diventarne un calco. Ferro, il celerino che quando non è in servizio passa dalla mountain bike, al paracadutismo, al windsurf, sperimenta quale ebbrezza sessuale si raggiunga nel portarsi a letto il sabato sera la donna annoiata di un ultras doriano che non manca una sola trasferta della Samp. Lupo, ultras genoano e capo branco, chiude una sera in discoteca da “pippato” spaccando la faccia al tipo – “doriano” anche lui – di cui avrebbe volentieri voluto prendersi la donna. In questo universo interamente maschile, le donne sono una quinta dolente che, spesso solo implicitamente, ricorda ai propri uomini- figli, fidanzati,o mariti che siano – in quale abisso siano precipitati. A loro, quel “viaggio” non è dato. O, comunque, non fino in fondo. È una linea d’ ombra che non possono varcare e di cui piuttosto preferiscono non sapere o soltanto immaginare. Un luogo di “insensatezza”, di fronte al quale la logica – quale che sia – si arrende. Come del resto accade anche al sovrintendente Nicola Vivaldi, che in apertura di romanzo troviamo chino a digitare sul manoscritto “Ultrà”, che sogna di far diventare libro. Ma che tale non diventerà, perché, come gli capiterà di provare su se stesso, «non tutto può essere capito o scritto» una volta che quel viaggio è cominciato. A leggere i passaggi più crudi e sinceri di A viso coperto, il suo smarrimento deve essere stato anche quello del “vero” sovrintendente Riccardo Gazzaniga. Ma, per sua e per nostra fortuna, ne è venuto a capo. Obbligandoci a guardare dove normalmente si preferisce non fare. Dietro alla visiera di plexiglass di un casco da ordine pubblico. Dietro a una sciarpa che odora di sudore, rabbia e solitudine.

( di Carlo Bonini da La Repubblica)

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