Valerio Magrelli, GEOLOGIA DI UN PADRE

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Desiderio di rievocarlo: perché? Forse perché mi manco. È come se soffrissi per la mia morte. Infatti, ai suoi occhi, il morto sono io. Io l’ho perso, nella stessa maniera in cui lui ha perso me. È come se avessi perso, per un lutto riflesso, una parte di me. E dunque mi compiango, molto piú di quanto non compianga lui. Mi guardo attraverso i suoi occhi: ci siamo morti entrambi, reciprocamente.

Con la sua morte, è stata la nostra coppia a scomparire. Ormai siamo spaiati, definitivamente. Perciò, parlando di lui, passo dalla sua parte, gli giro dietro, gli vedo le carte, mi vedo al di là del tavolo da gioco, e scopro che per il suo sguardo io non esisto piú. Morendo, lui ha perso suo figlio. Un nodo talmente complesso da non capire piú a quale dei due capi ora mi trovi.
Valerio Magrelli, Geologia di un padre
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Sono pagine di grande intensità, poemetti in prosa, a tratti micro romanzi e racconti, apologhi, ricostruzioni a posteriori, momenti salvati dal flusso informe del tempo. Ebbene cosa è un padre in questi lacerti? Un uomo iroso, solitario, testardo, vergognoso, immemore di se stesso. Somiglia a tanti altri padri che i lettori troveranno rifratti nel ritratto a faglie e strati che Magrelli traccia del suo vecchio e trapassato alter ego. Il padre è un’impronta, un segno indelebile, un marchio che ci precede e  ci segna nell’inevitabile lotta o fuga, a seconda delle età e delle persone, che il figlio è costretto a intraprendere, nonostante lui, per scoprire alla fine che si è sempre il padre di se stessi.
Marco Belpoliti, l’Espresso
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È un cattivo figlio, colui che si azzarda a fare la caricatura di suo padre? La deformazione non è, di per sé, la prova evidente di una fondamentale mancanza di rispetto? È possibile immaginare un Enea che ride del venerando Anchise, nel momento di metterselo in groppa? Ebbene, proprio perché queste domande hanno pure il diritto di premere sulla coscienza, Magrelli risponde nell’unica maniera decente che sia consentita a un artista. Rinunciando, cioè, al comodo e infingardo scudo delle petizioni di principio, e accettando l’unica prova che conta davvero, che è quella della scrittura, della congruenza estetica tra i mezzi e i fini, gli impulsi e le soluzioni linguistiche. Per uno scrittore, non c’è nessun’altra etica di quella che deriva dalla sua stessa efficacia, dal tipo di emozioni che è in grado di suscitare nei suoi lettori. E la caricatura di Magrelli, tratto dopo tratto, si rivela così piena di tenerezza e comprensione che davvero non si riesce a immaginare un monumento migliore per questo padre così degno di memoria. Ancora una volta, in questa Geologia di un padre, la letteratura ci insegna che la grandezza umana, considerata al di là di ogni mistificazione, è di natura essenzialmente tragicomica. E di fronte a un nostro simile, a un nostro caro che abbiamo a lungo osservato e studiato, è nobile solo chi non nobilita, e si accorge che, una volta terminata, la caricatura del padre non è molto diversa da quella che il figlio potrebbe fare di se stesso.
Emanuele Trevi, Corriere della Sera
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Geologia di un padre si muove col ritmo delle stazioni di una via crucis, in cui memorie piacevoli e memorie dolorose, forza e debolezza, allegrezza e “feroce cupezza”, desisa derio d’incontrarlo di nuovo e disperato anelito a fuggirne, si mescolano e s’intrecciano senza sperare di poterne mai ricavare un quadro armonico e concluso. Il padre esasperato ed esasperante. Il padre sorridente e ruggente. Il padre presente e il padre assente. È, infine, il padre che insegna ad aprire le porte, soprattutto quando sono chiuse.
Magrelli, memore della sua poesia, scrive a piccoli tratti, fortemente espressivi, ma non esagerati, con un linguaggio ricco di tecnicismi e di neologismi. Cultore com’è di arti visive, ogni brano è un quadro concluso in sé, che però rimanda, non solo a quello precedente e a quello successivo, ma a tutti gli altri.
Se Giacinto (Magrelli) fosse ancora fra noi, nonostante le stoccate che il figlio non gli risparmia, ne sarebbe contento.
Alberto Asor Rosa, la Repubblica
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Benché Magrelli non risparmi nulla al suo sguardo, e per quanto miri alla «caricatura» come spontanea polarizzazione degli «elementi» della vita paterna, il crudo denudamento d’ogni verità esistenziale del padre non ha mai per movente le morbosità, né un’aggressività edipica. Le domande del figlio – come il titolo esplicita da subito – non sono psicologiche: padre e figlio , in questo processo di decomposizione e resa (di deiezione) che è la vita corporale, si scoprono subito come grani d’una stessa creta. Perché questo è il punto: la contemplazione del padre non avrà altro approdo che la scoperta di se stessi.
Massimo Onofri, Avvenire
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Le tracce si accumulano come le intuizioni, i sentimenti, in modo desultorio, diciamo si depositano – in forme spurie, frammentarie – e così l’autore ce le mostra. […] La lingua nervosa, concentrata, le lasse in prosa di Magrelli inseguono l’impossibile messa a fuoco dell’esistente scomparso e della relazione – biologica, e motiva, intellettuale – che ad esso ci legava. È come mettersi alla moviola, provare a intuire, da un montaggio di sequenze, una verità più ampia e distesa. Una verità che, quanto più vorremmo astratta, si manifesta invece fisica: una verità che riguarda soprattutto il corpo.
Paolo Di Paolo, l’Unità
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Queste sono solo alcune delle reazioni a Geologia di un padre pubblicate dalle maggiori testate nazionali. Eletto “libro del mese” dagli ascoltatori di Fahrenheit (qui l’intervista radiofonica), l’ultimo lavoro di Magrelli sarà presentato dall’autore domenica 24 febbraio a Che tempo che fa.

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