Orhan Pamuk: “Ero l’idiota di famiglia poi ho vinto il Nobel”

pamuk

Orhan Pamuk è il primo turco a vincere il premio Nobel, che gli è stato assegnato nel 2006 “per aver scoperto, nella ricerca dell’anima melanconica della propria città natale, nuovi simboli per il confronto e l’intreccio delle culture”.

Il riferimento è, in particolare, a Istanbul. I ricordi e la città (2003): un saggio che alterna il racconto autobiografico dell’infanzia e dell’adolescenza dello scrittore, alla testimonianza storica e sociologica della decadenza della città e dei suoi abitanti. Ma Pamuk è conosciuto soprattutto per i suoi romanzi di ambientazione turca (tradotti da Einaudi), che spaziano dal passato ottomano di Il mio nome è rosso (1998) al presente multietnico di Neve (2002). E la sua ultima opera è un’interessante trilogia multimediale costituita dal romanzo Il museo dell’innocenza (2008), dall’omonimo museo dedicato agli oggetti citati nel romanzo, e dal catalogo del museo L’innocenza degli oggetti (2012). L’abbiamo incontrato a Istanbul, nel suo studio con vista sul Bosforo e sul Topkapi, per parlare con lui della sua città e del suo lavoro.

Vorrei iniziare col chiederle…
“Prima che inizi, mi lasci dire una cosa. Io provengo da una famiglia di ingegneri. Mio padre e mio zio si divertivano a farmi giocare con la matematica, proponendomi spesso problemi e puzzle. E io avevo sempre l’ansia di dovermi confrontare con domande trabocchetto, e di non essere abbastanza veloce e intelligente

per rispondere. A scuola il buon sangue di famiglia non mentiva, e andavo bene in matematica. Ma affrontarne i professori mi rendeva sempre nervoso: dunque, mi scuserà se sono nervoso anche ora”.

Stia tranquillo, non le farò domande trabocchetto. E comincerei da suo padre, perché mi ha stupito leggere in Istanbul che a Parigi incontrasse Sartre.
“Ah, non è che lo incontrasse: lo vedeva solo per la strada! Mio padre aveva seguito le tradizioni di famiglia, di suo padre e suo nonno: andare al Politecnico, e diventare ingegnere civile. Mio nonno aveva lavorato molto sodo, costruendo ferrovie, e aveva fatto un sacco di soldi. E mio padre e mio zio avevano lavorato altrettanto sodo, ma per sperperare quello che il nonno aveva guadagnato! Così io e mio fratello ci siamo ritrovati a dover ripartire da capo”.

Neppure suo fratello, però, è diventato ingegnere.
“Tutti e due siamo stati educati con una tipica concezione da terzo mondo: che uno deve studiare ingegneria, per poi servire il proprio Paese facendo lavori utili. Così mio fratello ha iniziato con ingegneria chimica a Yale, e poi è passato a economia. Ora sta alla London School of Economics, anche se è appena andato in pensione e tornerà in Turchia”.

Se non la offende, visto che abbiamo accennato a Sartre, le chiederei se lei non si è mai sentito, nei confronti di suo fratello, come “L’idiota della famiglia”.
“Oh, certo! E anche peggio. Io sono un tipico esempio di secondogenito, nel senso che la famiglia turca è di tipo patriarcale, e si concentra sull’educazione del primogenito: è lui a essere investito di responsabilità, a sentirsi sempre dire cosa bisogna fare, come bisogna trattare i fratelli più giovani, eccetera. Un tipico esempio di cosa succedeva è che quando andavamo da qualche parte lui si preoccupava di guardare i nomi delle strade e di trovare l’indirizzo, mentre io potevo sognare e guardare in aria o nelle vetrine. Ci sono vantaggi e svantaggi, nell’essere secondogeniti: in particolare, si hanno una crescita e una maturità ritardate”.

Si diventa dei Peter Pan.
“I miei amici mi continuano a dire che sono un po’ infantile anche ora. Questo stimola l’immaginazione, ma non aiuta a diventare degli esseri sociali, e nemmeno a sapersela cavare nella vita quotidiana. Certe cose si imparano a sei anni, e ora che ne ho sessanta devo accettare che questo è il mio carattere. È mio fratello quello che sa navigare in società, mentre io sono rimasto asociale, disimpegnato, privo di autocontrollo…”.

Un artista, insomma.
“Sì! Ma essere artisti può essere una scusa: sono diventato così perché sono un artista, o sono diventato un artista perché sono così? Credo più la seconda: ho accettato di essere un solitario e un sognatore, e anche la mia famiglia ha dovuto accettarlo. Per questo avevano adattato a me il destino di famiglia, che era di andare al Politecnico, accontentandosi che diventassi un architetto, invece che un ingegnere. Ma dopo tre anni di università l’ho abbandonata, e ho incominciato a scrivere”.

È nel momento di quella decisione che lei fa finire Istanbul. Ma c’è un passaggio di quel libro, tutto così dedicato alla tristezza, in cui lei associa questo sentimento alla “folla di maschi positivisti, amanti della matematica e dei cruciverba” presente nella sua famiglia.
“Per me la matematica era divertente quando riuscivo a risolvere i problemi, ma frustrante quando non ci riuscivo. Scrivere invece non richiede la soluzione necessaria e corretta di un problema, e permette l’espressione di un qualcosa che non è richiesto dalla pagina vuota. Lo scrittore si esprime liberamente, e spera che ciò che fa sia la risposta a qualche domanda che il lettore pone a se stesso, e non a lui!”.

A proposito della tristezza di Istanbul, non pensa che la si possa ritrovare allo stesso modo in altre città che hanno perduto il senso del loro passato? Penso al Cairo, a Bagdad, a Damasco. O anche a Roma, in un certo senso.
“Io associo l’hüzün di Istanbul, che significa appunto “tristezza” o “melanconia”, con il fatto di aver vissuto la mia infanzia, negli anni ’50, attorniato dai grandi monumenti ottomani che cadevano a pezzi e decadevano. Era un po’ come in India oggi, dove a disfarsi non sono gli edifici di un passato remoto, ma quelli della contemporaneità. Ed è vero che anche al Cairo succede lo stesso”.

Mi sembra che negli scrittori lei prediliga l’autocritica e l’autoanalisi.
“Ci sono due aspetti, nell’essere scrittore. C’è la mente analitica, matematica, che si sforza di seguire il corso dei pensieri per raggiungere un obiettivo, e può addirittura cercare di effettuare delle costruzioni mentali: l’architetto morto e sepolto dentro di me, mi condiziona in quella direzione. Ma c’è anche la mente poetica, sensitiva, che sospende la razionalità per sintonizzarsi su una musica interna, o sfruttare un improvviso e inaspettato momento di ispirazione. Per poter essere scrittori bisogna riuscire a coniugare la mentalità analitica con la sensibilità poetica, in un continuo ed equilibrato compromesso tra la pianificazione razionale e il surrealismo irrazionale. È per questo che mi piace scrivere romanzi!”.

De Amicis sembrerebbe essere un suo eroe. Mi sarei aspettato un capitolo su di lui in Istanbul, come per Nerval o Flaubert, e invece lei lo cita solo di sfuggita.
“Lui sì che era un bravo scrittore, con un occhio non comune. Il suo libro Costantinopoli è il migliore dell’Ottocento, e la città che descrive è una sua invenzione. Ha influenzato generazioni successive di scrittori, come quelli che lei ha ricordato. Ma questi erano più famosi di lui, e vivevano al centro della scena letteraria, mentre De Amicis era uno scrittore marginale di libri per ragazzi. La sua influenza è stata indiretta, e per questo ne ho parlato poco”.

Vorrei passare a parlare del suo museo, ma in un certo senso lei ne parla già in Istanbul, nel capitolo su Koçu: le sue enciclopedie sulla città sono come dei musei pure loro, no?
“Resat Ekrem Koçu era nato come storico, ma perse il posto all’università per motivi politici: era un professore di studi ottomani, e questo era in conflitto con la visione di modernità che la giovane repubblica turca cercava di promuovere. E poiché lui voleva continuare a raccontare storie ottomane, e aveva bisogno di guadagnare, si inventò un modo popolare di farlo, attraverso un’enciclopedia che raccogliesse fatti esotici, strani e curiosi, che lui attingeva negli archivi che ben conosceva”.

Quanto a lei, quando parla del collezionismo di Koçu, sembra quasi che stia parlando di sé. Stava già raccogliendo gli oggetti per il suo museo?
“All’epoca stavo collezionando fatti e libri, non ancora oggetti. Ma vorrei dire che io non sono un collezionista, nel senso tecnico della parola: di qualcuno, cioè, interessato a mettere insieme oggetti non tanto per il loro valore o la loro utilità, quanto per il gusto di averli, e a possederne una serie completa. Ad esempio, per un collezionista è più importante avere tutti i volumi dell’enciclopedia di Koçu, che leggerli. Ed è importante anche preservare quei volumi come cimeli, mentre io li leggo e li bistratto”.

Ma spesso il collezionismo sconfina nel totemismo.
“Certo. Tutti noi abbiamo la tendenza a rimanere attaccati a certi oggetti, per motivi sentimentali legati alla vita, all’amore e alla morte. Ma è solo quando si pensa a un museo, personale o pubblico, che si parla di collezionismo, con la relativa soddisfazione indotta dal possesso degli oggetti. Dunque, raccogliere oggetti non significa necessariamente essere dei collezionisti. E spesso essi non sono collegati da nessuna storia, ?no a quando qualcuno non se l’inventa. E un modo per inventarla, o suggerirla, può appunto essere l’esibirli in un certo modo. Ogni museo narra una storia, e Il museo dell’innocenza ne fa addirittura un romanzo”.

Lei ha scritto che agli inizi pensava di far coincidere il romanzo con il catalogo del museo. Questo non ricorda un po’ Fuoco pallido di Nabokov?
“Certo. Agli inizi avevo proprio quel romanzo in mente! Volevo scrivere il mio nelle annotazioni del catalogo, in mondo che la storia emergesse dalle note sugli oggetti. Ma dopo un po’ ho pensato che in fondo mi chiamo Pamuk, e non Nabokov, e l’ho fatto a modo mio”.

Il museo, comunque, è venuto molto dopo il romanzo.
“A dire il vero, avrei voluto che venissero insieme: speravo di poter inaugurare il museo il giorno della pubblicazione del libro, anche se le pressioni politiche di quegli anni resero la cosa impossibile. L’idea del catalogo invece è successiva, e mi venne in mente quando mi accorsi della visualità degli oggetti esposti”.

Quando ha cominciato a raccogliere gli oggetti?
“Durante la scrittura del romanzo. A volte, vedendo un rigattiere o un mercatino, compravo oggetti che mi attiravano e che pensavo potessero essere inghiottiti dalla mia storia. Alcuni ci entravano naturalmente, altri li forzavo a entrarci, e altri ancora rimasero fuori. Ma succedeva anche il contrario, perché avevo oggetti in mente che non trovavo: molti di quelli del museo sono stati fatti apposta, e costituiscono una sorta di “oggetti reali immaginari””.

Non le dà fastidio, però, che alcuni suoi lettori vadano in pellegrinaggio al museo, come i lettori di Dan Brown seguono le tracce di Robert Langdon?
“O come quelli di Tolstoj che vanno a San Pietroburgo sui luoghi di Anna Karenina? Non solo non mi dà fastidio, ma ho costruito il museo proprio perché ci andassero! C’è un aspetto ludico, nel creare confusione dicendo apertamente che la storia è immaginaria, e nel mostrare al contempo oggetti reali che le appartengono”.

Capisco perfettamente il divertimento dello scrittore, ma mi preoccupavo dell’atteggiamento del lettore.
“Le statistiche sui visitatori ci dicono che da 2/3 a 3/4 dei visitatori non hanno letto il libro, e magari non lo leggeranno mai. E io ho scoperto, parlando con alcuni di coloro che l’hanno letto, che spesso i lettori non ricordano i dettagli di un libro, e degli oggetti che vi si trovano: ricordano piuttosto una sensazione o un’emozione che esso ha suscitato. In altre parole, non si ricorda il libro stesso, ma l’esperienza della sua lettura. E un oggetto si ricorda solo se è legato a un sentimento che ha suscitato. Per questo molti visitatori si stupiscono di vedere la profusione di oggetti che stanno nel romanzo, e che non ricordavano”.

Visto che lei dice di amare Borges: non bastava recensire il romanzo e il museo, senza dover veramente scrivere l’uno e costruire l’altro?
“Borges diceva sempre che, al posto di Henry James, lui avrebbe scritto un raccontino, invece di un romanzone. Ma così dicendo fingeva di non capire cosa fosse l’arte del raccontare una storia. Il fatto è che i romanzi non sono solo costruzioni metafisiche, o strutture immaginarie che tentano di trascendere la realtà. Sono anche modi di generare e trasmettere il piacere di esprimere sentimenti, descrivere ambienti, trovare le parole giuste al momento giusto. Ma naturalmente Borges era troppo furbo per non sapere tutto questo, e giocava pure lui col lettore, alla sua maniera”.

Quanto a lei, cosa sta facendo ora?
“Dopo aver finito il museo sono tornato alla mia vita di scrittore, e sono nel mezzo di un nuovo romanzo. Ho sessant’anni, la vita si sta accorciando, ma il premio Nobel non mi fatto perdere le ambizioni: dunque, lavoro sodo, perché mi rimane poco da vivere, ma ancora così tanto da scrivere”.

di Piergiorgio Odifreddi (da La Repubblica)

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