De Gregorio / IO VI MALEDICO

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«Ca ira, ça ira, ça ira/ les aristocrates à la lanterne!». Terribile è il ritornello di uno dei più popolari canti della Rivoluzione francese, quando invoca l’impiccagione dei nobili per poi, come se non bastasse, ficcargli un bastone didietro per ciascuno. Ma la violenza urlata al femminile davanti alla Bastiglia (ne è rimasta celebre l’interpretazione di Edith Piaf) culminava pur sempre nella palingenesi, inneggiava a una speranza, tant’è che il nostro Carducci ha ripreso il miraggio di quel “ça ira” come futuro radioso. In ben altra rabbia si è imbattuta Concita De Gregorio misurando la temperatura dell’Italia contemporanea nel suo potente libro-inchiesta: Io vi maledico. Nessuna pulsione rivoluzionaria. Manca fra noi l’orizzonte di un rovesciamento delle gerarchie, dei dogmi classisti e tanto meno dei rapporti di produzione. La furia si ripiega su se stessa fino a bruciare l’anima in cui s’è accesa.

Gad Lerner, la Repubblica
(leggi l’articolo completo)

«Volevo scrivere un libro sul lavoro. Pensavo: è la perdita del lavoro l’origine del vortice di frustrazione, disillusione e paura che ci ha condotti qui. Non c’è altro da fare, oggi, che non sia dare voce a chi non ha voce. È quello il punto di rottura, il luogo in cui sparisce la solidarietà e il sentimento di condivisione che è alla base dell’idea di democrazia. Perché se non hai di cosa vivere ogni vicino è tuo nemico. Se non hai dignità non hai niente altro di altrettanto prezioso da perdere e vale tutto, allora. Vale la legge della giungla. Che tu abbia vent’anni o cinquanta, non importa». Così Concita De Gregorio racconta nel Prologo la genesi di questo suo nuovo testo. Un libro la cui messa a fuoco si è via via modificata fino a comprendere uno spazio ampio quanto l’Italia intera.

Attraversando il Paese alla ricerca di «storie di lavoro smarrito, negato, rubato», è successo che la direzione della ricerca è cambiata. È successo che «poco a poco, come le pietre di una collana, tutte queste storie diventavano un rosario: non di una preghiera, però. Di una maledizione. Diventavano tutti i colori della rabbia: la geografia esatta del disamore per chi ti ha promesso e poi negato, per chi ti ha illuso, per chi sa solo chiederti e mai dare».

Sono ventiquattro le vicende raccolte in questo libro, ventiquattro monologhi che restituiscono la voce a chi di questa rabbia fa esperienza quotidiana. C’è Giacomo, che da cinque anni lavora in miniera, ha provato a entrare a X Factor cantando Roma Capoccia, ma non l’hanno preso ed è tornato «sotto». C’è un uomo con un nome celtico e un cognome italiano, che con uno spettacolo a Marcinelle ha cercato di trovare un posto per la rabbia di suo padre. C’è un bambino di quattro anni che la rabbia la esprime con il corpo che non sta mai fermo, e c’è sua madre, che nonostante il parere del dottore sa che non sono le medicine ciò di cui il figlio ha bisogno. C’è una giovane promessa del calcio, ci sono supereroi, ci sono soprattutto ragazzi e ragazze, tanti, che hanno lanciato le loro parole al vento. Talenti che hanno lasciato l’Italia e non sono mai tornati, e quelli che tornati perché qualcuno ha promesso che avrebbe investito su di loro, invece li ha presi in giro. Ci sono i morti. Quelli che ha fatto la mafia, quelli che ha fatto il terremoto, quelli che ha fatto a Taranto «il minerale», ad esempio.

Proprio lì, sotto la casa di una famiglia sterminata dal tumore, c’è una lapide, fatta mettere dall’ultimo dei morti quando ancora sperava che non sarebbe toccato anche a lui. Io vi maledico, ha scritto sulla pietra. Maledico voi che sapete cosa ci state facendo, voi che lo fate e voi che guardate in silenzio, i colpevoli e gli indifferenti, i padroni e i politici, i sindacati e i preti. Voi che pensate solo a voi stessi, e non ci ascoltate.

Non ci ascoltate. «Tutti coloro con cui ho parlato – racconta De Gregorio – hanno detto, prima o dopo, nessuno ci ascolta. Chi ha subito un torto non trova giustizia». Ed ecco allora che la politica, o l’antipolitica, entrano prepotentemente nelle loro storie. Nessuno dei protagonisti di Io vi maledico pensa che dalle istituzioni possa arrivare un aiuto. In loro (in noi) il rancore si sovrappone alla disperazione, e alla rassegnazione.

Concita De Gregorio scolpisce un ritratto durissimo e vero del paese che siamo. Perché la nostra rabbia gracile, la nostra rabbia di protesta che a volte distrugge, ma mai costruisce, possa magari trasformarsi in indignazione, la «rabbia giusta» da cui nasce ogni vento di cambiamento, ogni conquista della Storia.

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