Russell Banks: Siamo tutti continenti alla deriva è il tempo di un nuovo Furore

Nothing is free in the land of freedom, «nulla è gratis nella terra della libertà». È questa l’America de La deriva dei continenti, il romanzo di Russell Banks che, a quasi trent’anni dalla sua uscita in lingua originale, arriva anche in Italia (Einaudi Stile Libero).

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Per ottenere qualcosa negli Stati Uniti bisogna rinunciare a qualcos’altro: l’auto, la casa, la dignità. A volte, persino la vita. «È una sorta di discesa agli inferi», spiega Banks, con la sua voce che da New York squilla giovane e ribelle nonostante i suoi quasi 73 anni. La deriva dei continenti, uno dei libri più belli di sempre secondo Jonathan Franzen, è un romanzo più politico de Il dolce domani o La legge di Bone: «L’ispirazione l’ho avuta nel lontano 1981, quando lessi sul New York Times di un naufragio di migranti haitiani al largo della Florida».

Pubblicato negli Usa quattro anni dopo, La deriva risuona tragicamente attuale, soprattutto per l’odierna crisi economica – e, dice Banks, esistenziale – degli Stati Uniti: «Siamo nel 2013, ma mi sembra di essere ripiombati nella depressione di Furore di Steinbeck».

Nel romanzo, scolpito da una narrazione secca, pungente e a tratti “carveriana”, si annodano due storie disperate. Da una parte c’è la mesta periferia americana a cui ci ha abituati Banks. Qui troviamo il trentenne Bob Dubois, un riparatore di bruciatori a nafta nel gelido New Hampshire, dove «i soldi non bastano mai» e la neve è «un’imbiancatura che nasconde il vecchio mondo sottostante, macchiato e corrotto». Dall’altra ci sono la giovane Vanise, il figlioletto e il nipote Claude, che fuggono dalla misera Haiti, alla ricerca di una vita appena umana. Ma Neanche Bob è soddisfatto della sua vita, così anonima e rattoppata di cambiali. Nel New Hampshire, dove famiglie e generazioni si frantumano silenziosamente, gli uomini felicie quelli infelici si somigliano moltissimo. E così fugge anche Bob, insieme alla moglie Elaine e alle loro bambine, verso la calda Florida, inseguendo un altro sogno impossibile che andrà alla deriva verso quello di Vanise e Claude. Perché «non possiamo cambiare il nostro destino, ma solo combatterlo», chiosa Banks.

Sullo sfondo di queste due misere epopee, c’è il ritratto moribondo degli Stati Uniti. Il “sogno americano” viene letteralmente smembrato: «È la vecchia metafora della vita come una scala e tutti in America sembrano crederci». Ma chi nasce operaio difficilmente potrà migliorare la sua, atavica, posizione. Chi vuole l’America, aggrappandosi ai “barconi della speranza”, raramente riuscirà a sfiorarne le coste. Due mondi diversi che insieme scivolano via, alla deriva, trascinati da una corrente di false speranze, disperazione e sogni infranti. Per poi scontrarsi, miseramente. Per questo ha scelto questo titolo? «Sì, attraverso la metafora geologica della deriva dei continenti, volevo rappresentare quei mondi, popolazioni e culture differenti che, tramite immigrazione e globalizzazione, vengono in contatto, soprattutto in America e Occidente, e si scontrano, spesso in maniera tragica, generando conflitti sociali violentissimi, persino di tipo linguistico».

La tragedia dei barconi stracolmi di disperati in fuga, tema cruciale in La deriva dei continenti, ricorda anche l’Italia. «Assolutamente sì. Ma il romanzo ricorda l’Italia anche per quanto riguarda la migrazione interna nord-sud, molto simile a quanto avviene tra New Hampshiree Florida del mio romanzo. Siamo tutti alla deriva, come continenti e come persone. E continuiamo a scivolare e scontrarci, senza fine».

Si può fermare la “deriva”? «Dobbiamo riuscire a convivere, tutti insieme. Anche perché il mondo è troppo piccolo».

Quindi, nonostante il pessimismoe il razzismo dell’America del suo romanzo, crede ancora nel multiculturalismo? «Certo, anche perché è necessario. Se il multiculturalismo dovesse fallire in un paese come l’America, allora sarebbe davvero finita. Ma potremo vivere tutti in pace solo con una rappresentanza politica sempre più ampia ed eterogenea. Oggi gli ispanici statunitensi, per esempio, sono sempre più rispettati nella società soprattutto per il peso politico che hanno acquisito nel tempo, vedi le ultime elezioni. In passato, invece, a essere discriminati erano italiani, ebrei, irlandesi… Pensi che nel 2003 andai a Cuba per intervistare Fidel Castro e lui mi disse: “Ma come hanno fatto gli irlandesi a diventare così potenti in America?”» Le piace l’America di oggi? «Non mi piace, ma la amo. Nonostante mi faccia arrabbiare moltissimo. Ma non potrei vivere da un’altra parte. Semplicemente perché gli Stati Uniti sono il posto più interessante del pianeta, per storia, politica, cultura. Anche se, lo ammetto, qualche anno fa avevo deciso di espatriare». Dove voleva andare? «In Canada. Poi però Obama ha vinto le elezioni nel 2008 e quindi sono rimasto». Almeno oggi con Obama l’America è meno razzista rispetto a quella descritta nel suo romanzo, non trova? «Per niente. Gli Stati Uniti sono rimasti un Paese profondamente razzista, dove covano ancora oggi le paure più assurde nei confronti delle persone di colore o altre etnie. Perché allora, secondo lei, gran parte delle armi viene acquistata dai bianchi? E chieda a un nero se oggi gli risulta facile prendere un taxi di notte: vedrà cosa le risponderà».

Quindi il Paese non è cambiato poi molto negli ultimi trent’anni? «Purtroppo no. Ciò che racconto nella Deriva dei continenti, che ho iniziato a scrivere nel 1982, ricorda molto l’America di oggi: la recessione, la crisi economica che fa indebitare soprattutto la classe media e gli operai, l’inutile fuga verso stati ricchi (o ritenuti tali) come Florida e California. Ma questo è il capitalismo: boom e crisi che si alternano. È sempre stato così».

Ma lei non crede che proprio Obama sia un valido esempio di quel sogno americano che lei polverizza nel romanzo? «Assolutamente no. Obama ha semplicemente vinto “una lotteria” tra milioni e milioni di invisibili. Rappresenta l’eccezione alla regola, quel lumicino di speranza che tiene in vita le lotterie e la fandonia del sogno americano. Ma l’American Dream, proprio come i sogni del resto, non ha mai avuto riscontro nella realtà, mai. Se non per pochi eletti, spesso bianchi e istruiti».

Lei però nel romanzo scrive che «il pianeta siamo noi» e che «se il pianeta sopravvive sarà solo grazie all’eroismo». Chi sono gli eroi della società di oggi, quindi? «Purtroppo, dopo l’11 settembre, i media in America hanno abusato parecchio della parola “eroe”, facendone una caricatura. Per me, invece, gli eroi sono gli invisibili che conducono ogni giorno una vita dura e combattono gli “dei”, ossia le forze storiche ed economiche di oggi, senza mai perdere la loro umanità e integrità». L’obiettivo del romanzo, si legge, è «sabotaggio e sovversione», per «distruggere il mondo». La pensa ancora così? «Con questo libro pensavo di migliorare il pianeta, combattendo sfruttamenti e ingiustizie contro i più deboli.

Ma certo, allora ero molto più giovane e ottimista».

(di Antonello Guerrera da La Repubblica)

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