Le confessioni di Philip Roth

Anche il suo editore l’ha confermato. Philip Roth non scriverà più romanzi. Dopo che il leggendario autore l’aveva annunciato in un’intervista alla rivista francese Les InRocks (pubblicata la scorsa settimana su D di Repubblica ), ieri c’è stata una nuova tappa della vicenda, che sembra chiudere davvero la parabola narrativa dello scrittore. « Nemesiè stato il mio ultimo romanzo», aveva detto Roth, riferendosi al suo capolavoro uscito l’anno passato in Italia, e pubblicato come tutta la sua opera da Einaudi. Poteva sembrare uno sfogo, ma ieri l’editore ha sottoscritto l’affermazione di Roth al sito Salon. La notizia è stata ripresa anche dall’ Artsbeat Blog del New York Times.

«Ho dedicato tutta la mia vita al romanzo – aveva spiegato il romanziere – ho studiato, sperimentato, scritto e ho letto, escludendo quasi tutto il resto. Ma adesso basta. Non ho più quella forma di fanatismo per la scrittura che ho provato a lungo nella mia vita. Per questo, lo ripeto, dopo Nemesi non scriverò più romanzi». Così, dopo la vicenda che l’aveva visto protagonista di un braccio di ferro con Wikipedia per cambiare la voce che lo riguardava (con una lettera aperta al New Yorker perché l’enciclopedia onli ne si rifiutava di farlo), ora lo scrittore, 79 anni, da sempre candidato al Nobel e mai vincitore, regala un altro colpo di scena. Si occuperà di quello che ha già scritto e delle interpretazioni critiche, e collaborerà con il suo biografo. Il resto non sarà più letteratura.

D’altra parte, già qualche mese fa Roth aveva spiegato al Financial Times che la letteratura non lo interessava più da lettore. Gli sembrava lontana dalla realtà, e preferiva leggere saggi di storia per capire il mondo invece di continuare a raccontarlo. Era una denuncia della sua stanchezza quella passione dichiarata per i saggi, stanchezza comprensibile vista la quantità di romanzi – ventisei – prodotti in carriera. E per uno come lui, che dal ciclo di Zuckerman fino a La macchia umana, da Pastorale americanaa Indignazione, ha sempre ammesso di aver bisogno di un nemico, di qualcosa da odiare per poter essere creativo, è palese che la fatica, in tutti questi anni dedicati all’arte con quei risultati straordinari, possa essere stata enorme e averlo consumato.

Una fatica che l’ha travolto. E che ora, alla vigilia dei suoi 80 anni, l’ha convinto che sia venuto il tempo per fare altro. L’autore, tradotto in tutto il mondoe adorato in Europa, ha spesso raccontato pezzi della sua vita nelle sue opere. Anche questo l’ha reso celebre.

«E. M. Forster ha smesso di scrivere a 40 anni, e io, che ho sfornato un volume dopo l’altro, non ho più scritto nulla per tre anni. Ho preferito lavorare ai miei archivi.

Ora non credo alla psicoanalisi che ci guida nelle scelte. Abbiamo solo la fortuna, o la sfortuna, di fare certi incontri che possono rivelarsi buoni o cattivi». Parlava di sé, parlava a tutti: perché anche i libri sono così: incontri fortunati o sfortunati. Con lui era sempre andata bene.

Da La Repubblica

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