Il nuovo libro di Mariapia Veladiano

Il tempo è un dio breve, di Mariapia Veladiano, in uscita per Einaudi Stile Libero, è un vibrante libro sull’ amore. Così scrive la protagonista del romanzo, narrato in prima persona, invocando la necessità di un ordine nel proprio esporre: «L’ ordine è una forma d’ amore. Tutto mi sembra una forma d’ amore. È l’ amore che ci dà forma».

Poi scatta un flusso amoroso che non si arresta fino alla tragica chiusa della storia. Ma in quali timbri e colori è declinato il sentimento dominante? In verità di amori ne possiede tanti, quest’ opera seconda della Veladiano, scrittrice vicentina (di formazione filosofa e teologa, e oggi preside a Rovereto) che si è rivelata nel 2011 con un esordio assai premiato,

La vita accanto, incentrato sul bisogno di riconoscimento (o sull’ urgenza di essere amata) di una donna segnata dall’ infamia sociale della bruttezza. Ne Il tempo è un dio breve – titolo dettato dalla rapidità bruciante e imperiosa della vita – pulsa innanzitutto l’ amore che la raccontatrice Ildegarda – nome scelto dai genitori contadini in onore di Hildegarda von Bingen, la santa erborista del dodicesimo secolo – nutre per il suo bambino Tommaso.

È forse questo l’ amore più decisivo del percorso, perché ha una forza attraversata, e anche sofferta, dal principio alla fine. Potente nei suoi chiaroscuri, è un amore cadenzato da un succedersi di ostacoli, fatiche, fasi di sperdimento e malattie (una spaventosa dermatite aggredisce Tommaso neonato, poi irrompe l’ epilessia, descritta come il risucchio straziante in un buco nero). Ed è anche un amore abitato, come tuttii veri amori materni, dalla consapevolezza concreta della morte, e da un estremo senso di fragilità e impotenza di fronte ai dolori del figlio. Vive insomma di quegli stati, a volte conflittuali e a volte colmi di gratitudine e stupore, che si producono in ogni maternità sensibile e desiderata, come lo è quella d’ Ildere di Guerra e pace ).

È un concentrato d’ inviolabile tristezza, serrato in una gabbia d’ egoismo impermeabile ai rischi che comportano gli amori, e capace solo di sentire la morte annidata dentro di sé. Il che, con drammatica evidenza, gli impedisce d’ immaginare l’ amore per un figlio. Perciò non tollera l’ arrivo di Tommaso, e finirà per andarsene di casa senza dire una parola. Pierre è un’ incarnazione esasperata del silenzio degli uomini, cioè dell’ impossibilità, così diffusa nell’ universo maschile, di verbalizzare le emozioni. Ma santa Ildegarda (santa perché c’ è santità nel suo martirio coniugale) non esprime rancore quando lui se ne va, né esterna alcun desiderio di vendetta.

Confessa solo l’ ansia di dover compiere ciò che non ha voluto fare Pierre: spiegare al figlio l’ abbandono. Torna in mente un pensiero di Simone Weil, formulato ne La personae il sacro: nel momento in cui sorge dal fondo del cuore, davanti a un’ ingiustizia, il medesimo lamento che Cristo non seppe trattenere quando fu sacrificato sulla croce (perché mi viene fatto del male?), l’ ingiustizia consiste nell’ assenza di una spiegazione. È questa la violenza tremenda inferta da Pierre a Ildegarda e a Tommaso.

C’è poi un amore di tutt’ altro rango, ne Il tempo è un dio breve. È quello vivido e solare che unisce, verso la metà della vicenda, la martire al tedesco Dieter, un pastore protestante che è stato ferito a sua volta da una serie di terribili distacchi. Ildegarda lo incontra durante un soggiorno in Alto Adige, dov’ è evasa scappando dalla villa muta e fredda della famiglia del suo fuggitivo marito, popolata da parenti algidi e confusi, tra i quali spicca la madre di Pierre, una sorta di erinni immune agli affetti. Nel rifugio di quel Natale rivelatorio, illuminato dalla beltà immacolata della neve, Ildegarda non smette di dialogare con Dio, e questa sua incrollabile devozione religiosa è un altro degli amori che costellano il romanzo.

Creatura di fede, ma anche sfinita dagli accadimenti, la mamma di Tommaso viene tentata dall’ idea della morte. Ed è proprio quando emerge tale sensazione che compare Dieter, portatore di una felicità diversa, alimentata da una passione anche fisica per la vita. Poi tutto slitterà in un supplizio da cui si salverà solo l’ amore. Quello di Tommaso per la madre, divorata da un male che si scopre incurabile, e quello di Dieter per Tommaso, il quale ricostruirà in lui il riferimento paterno che ha perso. Veladiano avanza lungo le pagine ascoltando il suono della propria scrittura. È lirica, intensa, molto letteraria. Ha la tempra furiosamente femminile di certe mistiche. A tratti il suo controllo maniacale del linguaggio diventa una sfida alla poesia. Qualcosa di estatico e ossessivo pulsa coraggiosamente nella sua prosa.

di Leonetta Bentivoglio (da La Repubblica)

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