Ian McEwan “Vorrei scrivere il racconto perfetto”

Il dibattito. Al Festival della Letteratura organizzato dal Times a Cheltenham, sul palco c’è Ian McEwan. Carismatico, le dita nodose, lo sguardo sempre un po’ distante. Come se lui sapesse cose che il mondo non può capire. E forse è così davvero. Ha 64 anni, negli occhi gli è rimasta quell’ espressione improbabilmente dura di chi è figlio di un militare che ha combattuto a Dunkerque.

Eppure da quasi quattro decenni è una specie di divinità della letteratura britannica. Lui, Martin Amis e Christopher Hitchens (che se n’è andato nel 2011), il gruppo era quello. Gente che ha vissuto di parole. Le ha prese, le ha capite, le ha messe in fila e le ha manipolate come se fossero di pongo, trasformandole in libri venduti in tutto il mondo. In genere romanzi. Si trovavano in un locale di Soho e immaginavano la vita. «Ma io penso che la forma suprema di letteratura sia il racconto».

Stupore. La platea mormora. Un signore un po’ stazzato, calvo, evidentemente scozzese e con la voce roca, grida: «E Guerra e Pace?». McEwan non sente – meglio – eppure è come se in qualche modo gli rispondesse. «Alcuni degli autori che amiamo di più hanno scritto racconti». Cita La metamorfosi di Franz Kafka, Il giro di vite di Henry James e Morte a Venezia di Thomas Mann. «Se riuscissi a scrivere il racconto perfetto potrei morire felice». Fissa anche la misura esatta. Venticinquemila parole. Né troppo né poco. «La lingua deve essere precisa, densa, rigorosa.

Anche se poi i critici ti prenderanno a calci negli stinchi dicendo che il racconto è una forma narrativa poco virile, persino disonesta». Snobismo provinciale. Stringe gli occhi fino a farne due fessure, come se volesse far sparire l’orizzonte davanti a sé. Non è una crociata, la sua. Solo il disvelamento della sensibilità di un uomo che nella sua carriera ha scritto tre raccolte di racconti e dodici romanzi. L’ultimo si chiama Sweet Tooth e in Italia sta per uscire con il titolo di Miele pubblicato da Einaudi. E’una spy-story atipica, ironica, surreale. Che si porta dentro un po’ di autobiografia – Tom Haley, uno dei personaggi, è evidentemente lui – e paradossalmente anticipa la predilezione per il racconto.

E’ il 1972. E sono giorni speciali per il Regno Unito. Tutto sembra sfasciarsi. Gli scontri sulle miniere, la disoccupazione, i cimiteri senza soldi per seppellire i morti, la Guerra Fredda. «Forse gli anni migliori della mia vita. Mi ero impresso in testa una frase di Daniel Defoe che dice: “ci avviammo fuori Londra verso nord per non avere il sole in faccia”. Era diventato il mio motto. Mi sembrava che nascondesse il senso della vera libertà», ha raccontato McEwan al Guardian. Il pianeta era in pieno marasma, ma se avevi vent’anni potevi permetterti di girare le spalle alla luce abbagliante del giorno. Così, per capriccio. Miele, in fondo, è una fotografia scattata allora.

La protagonista è una neolaureata, figlia di un vescovo anglicano. Si chiama Serena Frome, è divorata dalla passione per i libri, ma è stata spinta dalla madre a laurearsi in matematica. A Cambridge viene concupita da un professore anziano che finirà per scaricarla con una certa brutalità, non prima però di averla messa in contatto con l’MI5, i servizi segreti di Sua Maestà. «A darmi lo spunto è stato il caso “Encounter” del 1967. Il direttore del magazine culturale fu costretto a dimettersi perché si scoprì che dietro di lui c’era la CIA». Uno scandalone. La Central Intelligence Agency all’epoca si preoccupava di dare soldi a giovani artisti e intellettuali affinché facessero propaganda a favore dell’Occidente. «Investivano un grande quantitativo di denaro anche in iniziative di qualità. Penso al Festival di musica atonale di Parigi, nel 1950. Volevano convincere il pianeta che gli americani non erano solo degli stupidi materialisti. Ma che da questa parte del mondo c’era il bello da contrapporre agli orrori dell’Unione Sovietica. Non ho mai capito perché non lo facessero alla luce del sole».

Serena Frome, bionda, affascinante, irrimediabilmente goffa, ha il compito di agganciare il giovane scrittore Tom Haley fingendosi la direttrice di una fondazione che finanzia nuovi talenti. E di metterlo in condizione di dare il meglio di sè («E’ vero, Haley, che nel libro vince un premio per una raccolta di racconti, mi somiglia, ma purtroppo nella mia stanza non è mai entrata una donna favolosa offrendomi soldi per fare il mio lavoro»). Lei lo aggancia, poi, affascinata dalla bellezza metallica dei suoi pensieri, si innamora prima dei suoi libri, quindi di lui. Il finale – sorprendente e commovente – ovviamente non va raccontato. Uno splendido romanzo. Ma non era il racconto la scelta prediletta di McEwan? Poco importa. E’ sufficiente che la modernità non si porti via i libri. Lunghi o corti. Di carta o virtuali che siano. «Non credo che succederà. Abbiamo troppa voglia di parlare degli altri, di pensare a loro. E non esiste un’altra forma espressiva con la stessa capacità di scavare a fondo. Tra l’altro io non sono sicuro di credere nel declino culturale». Agganciato alle parole – sostiene – resterà per sempre il profilo di personaggi senza tempo, perché solo i ciechi sono convinti che la letteratura sia fatta da impolverati eroi destinati ad abitare archivi sprovvisti di gloria.

di Andrea Malaguti (di La Stampa)

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