Mo Yan, Nobel alla letteratura un inedito dal prossimo libro

Pubblichiamo l’incipit da Le rane il nuovo romanzo di Mo Yan che Einaudi pubblicherà nella primavera nel 2013.  

Egregio signore, secondo un’antica usanza delle nostre parti, quando nasceva un bambino gli si dava il nome di una parte o di un organo del corpo.

Come per esempio Chen Bi, Chen il Naso. oppure Zhao Yan, Zhao l’Occhio, Wu Dachang, Wu le Budella, Sun Jian, Sun la Spalla… Ai nostri giorni, quest’usanza non è più in voga, i genitori moderni non amano chiamare i proprio figlioli con quei nomi bizzarri. Ora, i bambini della nostra zona possiedono i nomi eleganti e originali dei personaggi delle serie televisive di Hong Kong e Taiwan, oppure di quelle giapponesi e coreane. La maggior parte di quelli che si chiamavano come una parte del corpo hanno sostituito il proprio nome con qualcosa di più raffinato, anche se c’è ancora qualcuno che l’ha conservato, come Chen Er, Chen l’Orecchio, e Chen Mei, Chen il Sopracciglio.

Con Chen Bi, il padre di Chen Er e Chen Mei, siamo amici sin dai tempi dell’infanzia. Nell’autunno del 1960, abbiamo iniziato a frequentare la Scuola elementare Dayanglan, Il grande ovile. Erano gli anni della carestia e i ricordi impressi più profondamente nella mia memoria hanno a che vedere con il cibo. Come la storia di quando abbiamo mangiato il carbone. In molti hanno pensato che fossero fandonie inventate, ma io vi giuro sul nome di mia zia che è la pura verità.

Si trattava di una tonnellata di carbone di qualità superiore estratto dalle miniere di Longkou, nero sfavillante e, nei punti spaccati, così lucido che ti ci potevi specchiare dentro. Non ne ho mai più visto di così brillante. Lo aveva portato dal distretto il carrettiere del nostro villaggio Wang Jiao, Wang il Piede, sul suo carretto. Era un tipo con la testa quadrata e il collo tozzo, che balbettava e, quando cercava di fare un discorso, gli lampeggiavano gli occhi e si faceva paonazzo per lo sforzo. Suo figlio Wang Gan, Wang il Fegato, e sua figlia Wang Dan, Wang la Cistifellea, erano tutti e due nella mia classe. Loro erano gemelli. Wang Gan aveva un fisico alto e robusto e Wang Dan invece era una donnina in miniatura che non cresceva mai, insomma – per dirla in modo poco delicato – una nana. Tutti dicevano che, quando stavano nella pancia di mamma, lui si era accaparrato tutto il nutrimento e per questo lei era rimasta piccola. Wang Jiao consegnò il carbone di pomeriggio alla nostra uscita da scuola e noi, con gli zaini in spalla, ci facemmo intorno a goderci lo spettacolo. Lui lo spalava giù dal carro con una grossa vanga di ferro. I pezzi rotolavano uno sull’altro rumorosamente. Wang Jiao si slegò il panno blu dalla vita e si asciugò il collo sudato. In quel momento vide Wang Gan e Wang Dan e ringhiò: – Voi due, tornate a casa a tagliare l’erba! – Lei fece dietro front e trotterellò via con quell’andatura instabile che ricordava un bambino ai primi passi, così graziosa. Wang Gan indietreggiò ma non accennava ad andarsene. Lui era fiero del mestiere del padre. Tra gli studenti delle elementari al giorno d’oggi, neppure il figlio di un pilota di aviazione prova un simile orgoglio. Ah, quel grosso carro rombante, con le due ruote che, quando prendeva velocità, sollevavano nuvole di polvere.

Inconsapevolmente arricciammo il naso all’unisono, avevamo fiutato un odore strano. Ricordava la resina di pino bruciata, oppure le patate arrosto. Guidati dall’olfatto dirigemmo lo sguardo sui pezzi di carbone scintillante. Wang Jiao, spronando il cavallo e incitando il mulo, stava lasciando il cortile della scuola. Quella volta non inseguimmo il carro come al solito, cercando di saltarci sopra, a rischio di prenderci una frustata sulla testa. Con lo sguardo fisso sul mucchio di carbone, noi ci avvicinavamo lentamente… Lao Wang, il cuoco, avanzava oscillando verso di noi portando appesi al bilanciere due secchi d’acqua. Sua figlia Wang Renmei, anche lei una nostra compagna, un giorno sarebbe diventata mia moglie. Lei era una dei pochi che non avevano il nome di una parte del corpo, perché Lao Wang era un uomo istruito. Era stato direttore della stazione zootecnica della comune popolare ma una volta, parlando a sproposito, si era messo nei guai e per questo aveva perso l’impiego ed era stato rispedito a casa. Lui ci rivolse uno sguardo insospettito. Avrà pensato che stavamo per dare l’assalto alla cucina per rubare del cibo. Infatti ci disse: – Birbanti, sparite! Qui non c’è niente da mangiare, tornatevene a casa a succhiare la tetta di vostra madre. – Avevamo sentito quello che ci aveva detto e, per un attimo, arrivammo persino a considerarlo un suggerimento, ma poi concludemmo che era semplicemente un insulto. Eravamo fermi davanti al carbone, a testa bassa e con la schiena piegata, come tanti geologi dilettanti davanti a una pietra strana, con i nasi arricciati come cani che cercano il cibo tra i rifiuti. A questo punto, intendo esprimere il mio ringraziamento a Chen Bi e a Wang Dan. Per primo lui raccolse un pezzo di carbone e se lo portò vicino al naso, aggrottando le sopracciglia come se stesse valutando un problema complesso. Dopo una certa riflessione, batté il pezzo di carbone che teneva in mano contro un altro più grosso.

Con uno schianto si spezzò, spandendo un forte aroma nell’aria. Ne raccolse un pezzettino e Wang Dan lo imitò; guardandoci lui lo leccò, poi schioccò le labbra e roteò gli occhi; anche lei leccava il carbone con lo sguardo fisso su di noi. Poi i due si erano scambiati un’occhiata, avevano sorriso e, in perfetta sintonia, con gli incisivi avevano staccato delicatamente un pezzetto di carbone e l’avevano masticato, poi avevano dato un altro morso tritandolo con gusto. Sui loro volti era comparsa un’espressione eccitata: – Amici, è proprio buono!

(da La Stampa)

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