Magnifica preda a rischio

Possiamo immaginare Moby Dick impegnata a dare la caccia al capitano Achab? Finora è successo solo in una bellissima poesia di Eleanor Wilner. Non una caccia vera e propria, ma il getto d’acqua della balena interpretato come una preghiera agli dei affinché con un nuovo diluvio spazzino via la stirpe sterminatrice.

Quanto alle tigri, magnifici animali cui la nostra specie sta letteralmente togliendo il terreno da sotto ai piedi, ecco la splendida indagine di John Vaillant intorno all’omicidio compiuto da una di loro nell’Estremo Oriente russo. Lo scenario è la giungla boreale: tale ossimoro definisce il Primorje, punto d’incontro di taiga siberiana, steppe mongoliche, aree subtropicali della Corea e della Manciuria, foreste boreali dell’estremo Nord. E dei rispettivi ecosistemi, qui confluiti in un puzzle di inedite coesistenze tra specie subartiche e tropicali.

Gli umani in grado di reggere l’impatto con un ambiente tanto difficile per estremismo climatico e proliferare di insetti provano la sensazione di entrare in un orto botanico, tanto insolita è la presenza in uno stesso territorio di betulle e loti giganti, alci e leopardi. In ogni ecosistema regna sovrano un predatore specifico. Nel Primor’e questo è la tigre dell’Amur, di cui le popolazioni indigene – udege, nanai, oroci – hanno sempre accettato la supremazia stabilendo, nel corso di millenni, precise regole di convivenza.

Finché anche qui la diffusione delle armi da fuoco si è accompagnata a un declino delle credenze tradizionali. Il micidiale fucile Sks ha reso obsoleta l’arte dello sciamano di imbrigliare le forze naturali. Questa tigre di forza straordinaria, chiamata nell’Amur amba, sopporta oscillazioni termiche di 40 e più gradi sopra e sotto lo zero. Il suo ruggito è un rombo possente che pare provenire da ogni dove, così minaccioso da stroncare quasi il sistema nervoso delle vittime. Ha dimensioni talmente inusuali, che si azzardò fosse un fossile vivente residuo del Pliocene.

Ne restano solo 300 esemplari minacciati dalla deforestazione della Siberia, e da bracconieri in cerca di facili guadagni: in Giappone la pelliccia viene pagata migliaia di dollari, mentre la medicina tradizionale cinese utilizza sangue e ossa, e organi interni pene incluso, della fiera chiamata in sanscrito vyaaghra. Di uno di questi cacciatori di frodo, l’apicoltore Vladimir Markov, il 5 dicembre del 1997 furono rinvenuti nei dintorni di Sobolonje, piccola comunità di tagliaboschi nel cuore della foresta, pochi resti raccapriccianti: uno stivale, il berretto, le zampe posteriori del cane. Quanto al corpo, era quasi interamente scomparso nelle fauci della tigre sarcofago. Ne fu subito avvisato, nel suo appartamento di Lucegorsk, cittadina mineraria dell’Estremo Oriente russo, Jurij Trush, comandante di una delle pattuglie dell’Ispettorato Tigre.

Questo era stato istituito tre anni prima dopo che Suzanne Possehl, con un articolo sul New York Times, lanciava l’allarme sull’estinzione del più grande felino, e Steven Galster, investigatore penalista che da quasi trent’anni combatte i traffici di esseri umani, armi e fauna selvatica in Asia, prendeva a collaborare con i russi per porre fine alla strage. Intanto un’altra iniziativa russo-statunitense, il Siberian Tiger Project, studiava abitudini e comportamento della tigre dell’Amur, di cui hanno colpito le capacità di apprendimento e comprensione fino a parlare, non saprei dire se a torto o a ragione, di pensiero astratto: sta lontano da uomini armati avendo imparato a riconoscerne la pericolosità, è in grado di vendicarsi su chi l’abbia ferita, pare sappia addirittura individuare chi installa una trappola o le stia dando la caccia.

Come lo sventurato Markov, che non solo aveva rubato alla tigre brandelli di preda, ma aveva anche predisposto una grande gabbia con dentro, a mo’ di esca, un cane vivo, tagliole e lacci. Senza prevedere che a quel punto le parti si sarebbero invertite, la tigre esasperata si sarebbe messa lei a fargli la posta, fino ad attenderlo nel suo capanno sdraiata su un materasso dopo avere distrutto ogni cosa in preda a vera e propria furia vendicativa.

di Pia Pera (da Il Sole 24 Ore)

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