Virginie Despentes: “Così noi donne riusciremo a salvare il mondo”

Apocalypse Baby, l’ultimo romanzo di Virginie Despentes (pubblicato in Italia da Einaudi Stile Libero, trad. Silvia Marzocchi), è stato un grandissimo successo in Francia. Finalista al premio Goncourt, vincitore del premio Renaudot, recensito con attenzione e rispetto.

“Non c’ero abituata”, mi racconta la scrittrice mentre sediamo in un bar di Belleville, il quartiere di Parigi dove abita. Lo dice con una timidezza che non mi sarei aspettata. Despentes non è affatto, o forse non è più, l’inquieta autrice di Scopami, né somiglia alla voce spregiudicata che grida la sua insofferenza per i luoghi comuni sul femminile nel saggio intitolato King Kong girl.

“Sono passati vent’anni anni dal mio debutto  –  spiega  –  tanti ce ne sono voluti perché mi fosse concesso uno status normale, da scrittrice normale, da donna normale”. Chissà se anche un uomo avrebbe fatto la stessa fatica ad affrancarsi da un debutto con una storia forte e violenta?

Protagoniste di Apocalypse Baby sono le donne. Lucie, che lavora in un’agenzia investigativa, Valentine, la ragazzina che le scompare sotto gli occhi durante un pedinamento, la madre naturale di lei, un’araba bellissima e fatale che si fa chiamare Vanessa, ma soprattutto la Iena. Nella traduzione italiana però, servono molte pagine prima di capire se la Iena è un uomo o una donna.
“Curioso. In francese no, in francese è chiaro fin dall’inizio che si tratta di una donna. Anche se il mio modello per lei è sempre stato Clint Eastwood. Volevo raccontare una donna che si comportasse come un uomo, facesse un lavoro da uomo, vivesse il sesso e il desiderio come un uomo. Amo molto questo tipo di persone, che si muovono senza complessi in una perenne ambiguità “.

All’inizio della storia, la Iena tratta infatti Lucie con la sufficienza che si ha verso qualcuno che è volontariamente un fallito. L’estetica del fallimento, sembra essere uno dei temi del libro.

“Lo è. Ho scelto di raccontare un gruppo di personaggi che avessero come una tara comune, un’invincibile spinta verso il fallire. Fallisce lo scrittore, François Galtan, dopo un primo romanzo che era sembrato a tutti l’inizio di una promettente carriera, fallisce appunto Lucie, l’investigatrice, che superati i trent’anni si rende conto che la sua vita ha già iniziato a inabissarsi. Valentine, la ragazzina di quattordici anni, fallisce ancora prima di cominciare, perché davanti a sé il mondo non è altro che una serie di porte chiuse, impossibili da forzare. Nessuno di loro riesce a ottenere quello che vorrebbe davvero, e quello che immagina sia giusto dover fare. Prendono le decisioni sbagliate, finiscono dentro vicoli ciechi”.

Prima dell’apocalisse, insomma.
“Credo che la nostra storia, di europei, sia arrivata a un limite. Siamo di fronte a un baratro, e quello che stiamo vivendo è contemporaneamente spa – e affascinante, eccitante. Quello che sapevamo non serve più a niente, quello che conoscevamo scompare di giorno in giorno. Volevo raccontare questa sensazione di impotenza. Noi avremmo i mezzi per cambiare le cose, le conoscenze per mettere in atto alternative, ma non riusciamo
a farlo. Siamo come ipnotizzati”.

Nel romanzo è evidente che esiste ormai un dentro, sempre più stretto e riservato a pochi, e un fuori che preme senza riuscire ad entrare. Colpisce questa sensazione forte di estraneità a un mondo riservato a pochissimi.
“Al centro di questi due mondi c’è suor Elizabeth, il personaggio più misterioso e difficile del libro. Una donna che gestisce un segreto, che è portatrice di valori capaci di affrancarci dal vuoto che ci affligge, ma anche molto pericolosi. La religione rimane l’ultima delle grandi illusioni. In Francia, come dimostrano anche le ultime polemiche, abbiamo una tradizione laica potente, che però fatica a stare al passo col bisogno di certezze delle persone. È entrata in crisi, lasciando spazio all’irrazionalità”.

Nel libro c’è qualcos’altro pericolosamente in crisi: il sesso eterosessuale. Le donne si accoppiano coi maschi soltanto per motivi “commerciali” o sospinte, come Valentine, da una bulimia sessuale che gira a vuoto. Diverso è quello che accade nelle relazioni omosessuali.
“Io credo che ci sia davvero una crisi nei rapporti maschio femmina. È in crisi la famiglia, l’amore sentimentale, ma è in crisi anche il sesso eterosessuale. Lo è perché i ruoli sono stati scardinati e ancora non si sono riassestati. Ma quello che più mi colpisce è che l’eterosessualità stabilisce una sorta di confine nella vita di una donna, intorno ai 35 anni. Dopo quell’età, le donne etero sono fuori dal carnevale della seduzione, diventano poco appetibili, vengono espulse e sostituite. Per le lesbiche questo non accade, come racconta la Iena. Anzi: è a quell’età che inizia la fase più bella. Quando si è ancora giovani e molto più libere che da ragazzine. Volevo scrivere un libro che raccontasse la scelta lesbica come felice, liberatoria”.

Essere, diventare, omosessuali è una scelta politica?
“Lo è, perché non è esattamente un’identità, non è qualcosa che ti definisce in quanto individuo. Mentre l’eterosessualità sì. Ti identifica per quello che dovresti essere, come dovresti comportarti, vestirti, sembrare. Stabilisce per te in che modo essere seduttiva, pensare il potere. Per me era diventato un problema. Guadagnare soldi, avere successo, invecchiare. Diventare lesbica è stato il più grande sollievo della mia vita, e non lo avrei mai immaginato prima”.

Lei ha scritto romanvenzi e anche alcuni saggi…
“Ma preferisco scrivere romanzi. Anche se è molto più difficile, per me. La narrativa è la forma più alta di scrittura, e quella che colpisce zone più profonde di me. Ma il problema è che hai davanti troppe possibilità. Ogni storia è una storia possibile da raccontare. Ogni volta che finisco un romanzo mi domando sempre come ci sono riuscita. Ma la cosiddetta non-fiction mi interessa, la pratico con lo stesso entusiasmo con cui imparerei una lingua straniera. E poi mi sono resa conto che ci sono molti più lettori di saggi che non di romanzi, oltre al fatto che la saggistica ti sposta, come autore, in un terreno di maggiore autorevolezza. King Kong Girl è stato, in questo senso, il mio libro più importante. Scriverò ancora nonfiction “.

Come ha iniziato a scrivere?

“Non ho fatto nessuna scuola di scrittura. In Francia non sono molto popolari, quello che tendiamo a pensare da queste parti è che la gente nasca con un talento, e poi lo metta al servizio della sua esperienza. La mia scuola sono stati i libri degli altri. Ho sempre letto voracemente, di tutto: Marguerite Duras, James Ellroy, Bukowski, adesso Bolaño. Ma sono solo i primi che mi vengono in mente. Sono il tipo di scrittore che ama molto leggere, che non nasconde di trarre ispirazione dai libri. Anche il cinema è stato importante nella mia formazione, ma adesso mi interessa meno”.



Il libro è dedicato a Beatriz Preciado, la sua compagna, ed è sua anche l’epigrafe tratta da Testo Yonqui. Preciado è una filosofa, scrittrice, autrice, tra l’altro, del bellissimo Pornotopia (Fandango). Quanto ha contato l’incontro con lei?

“Lei ha cambiato la mia vita e il mio modo di guardare al mio lavoro. Ho imparato molto da lei, soprattutto su cosa significhi davvero lavoro intellettuale. Il modo di studiare, di organizzare il tempo. E poi mi ha insegnato a liberarmi da alcuni complessi, a tenere a freno l’aggressività. Adesso stiamo scrivendo un film insieme. È  incredibile quanto siamo diverse ma come è facile lavorare con lei”.

C’è un momento molto bello nel libro, quando la Iena sembra riuscire a penetrare il dolore di Valentine, a farla sentire compresa e quindi a permetterle di cedere, di arretrare rispetto ai suoi propositi. Ma è solo un attimo, l’apparire di una tenerezza, un cuore caldo che potrebbe essere una via di salvezza. Poi tutto si richiude.

“Credo sia molto importante che gli adulti imparino di nuovo ad ascoltare i ragazzi, a mettersi in contatto con loro. I teenager si sentono abbandonati dalla famiglie disastrate, e dalla società, che non li protegge. Nel libro, tutti quanti per un momento avrebbero la possibilità di aiutare Valentine, ma poi non lo fanno. La madre, il padre, gli amici, Yacine, il cugino, che la amava ma non riesce a trattenerla con sé. Potremmo farcela, ma alla fine non ci riusciamo. Come se davvero fossimo tutti vittime di un incantesimo”.

di Elena Stancanelli (da La Repubblica)

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