Siri Hustvedt / L’estate senza uomini

La scrittura di Siri Hustvedt è prima di tutto un sistema nervoso. La storia si sviluppa per pulsazioni: gli eventi sono centri d’intensità.

Come nei suoi romanzi precedenti, sempre in bilico tra narrazione e saggismo, Hustvedt sviluppa due piani di racconto che in L’estate senza uomini (Einaudi, Torino 2012, pp.160, € 17. Traduzione di Gioia Guerzoni) sono ancor più evidenti: la commedia romantica – un’esplicita citazione di Persuasione di Jane Austen (letto dal gruppo di amiche della madre della protagonista) – e un livello quasi prettamente filosofico che attraverso un montaggio di varie teorie, in testa Alla ricerca della felicità di Stanley Cavell, sviluppa una forma di analisi e di critica del genere della commedia romantica definendo contemporaneamente la forma del racconto stesso.

Raccontare per l’autrice è come interpretare uno standard, variando il testo con l’inserimento di concetti filosofici e medici, Hustvedt riesce a trasformare un genere in un testo multiplo e aperto e questo senza che risulti appesantito da improbabili digressioni. Il ritmo e l’ironia che attraversano tutto il romanzo testimoniano infatti dell’abilità narrativa dell’autrice.

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