Amis, l’americano: “Cara, stupida Inghilterra”

Martin Amis chiacchiera amabilmente con i suoi lettori, seduto lungo la sponda di Brooklyn dell’East River. Davanti ha un tramonto caldo che illumina lo skyline di Manhattan, dove si sta alzando sopra a tutto il resto la costruzione del nuovo grattacielo di Ground Zero. Parla del tempo, come deve fare ogni buon inglese.

Parla delle Olimpiadi, e di quanto sia stato generoso il cielo a non inondarle di pioggia. Parla del motivo per cui lui non era là; della sua presunta fuga da Londra, l’estate scorsa, per rifugiarsi con la moglie e le figlie proprio a Brooklyn, in una bella casa dell’antico quartiere di Cobble Hill. Parla della mortalità, o della coscienza della mortalità, che lo pedina da quando nel dicembre scorso ha perso l’amico della sua gioventù, il collega scrittore Christopher Hitchens. Parla della depressione, dunque, «che cerco di tenere a bada da nove mesi, fingendo che il mio dolore non sia qui».

L’occasione per questa passeggiata lungo il fiume del suo nuovo quartiere è la presentazione dell’ultimo libro di Amis, Lionel Asbo, State of England , che è uscito prima in America, uscirà in Gran Bretagna martedì prossimo, e poi in Italia da Einaudi. Racconta la storia di un criminale, Lionel, tanto violento quanto incapace, che ad un certo punto vince 139 milioni di sterline alla lotteria. Questa marea di denaro lo trasforma in un fenomeno istantaneo, per la cultura dei tabloid britannici, ma non trasforma la sua vita, che resta religiosamente dedicata alla sublimazione della stupidità.

Il problema del romanzo, però, non sta tanto nelle disavventure del suo protagonista, quanto nel sottotitolo, lo «stato dell’Inghilterra». Davvero la straordinaria idiozia di Lionel, e quella della società che lo circonda, rappresentano lo stato delle cose nel regno di Elisabetta II? I critici inglesi hanno sommato uno più uno, e il risultato è stato inevitabilmente due: prima Amis scappa da Londra, per rifugiarsi a New York, e poi pubblica un libro che sfotte, se non insulta, la nostra civiltà. Dunque odia l’Inghilterra, come peraltro avrebbe detto in interviste che ora denuncia come false, oppure è fuggito dal fallimento, perché i suoi ultimi libri non hanno avuto un grande successo e lui non si sente più amato.

Ovvio che i fedeli lettori, venuti sotto il ponte di Brooklyn per ascoltarlo nella rassegna «Books Beneath the Bridge», vogliano sapere quanto ci sia di vero in tutta questa pseudo tragedia nazionale. «Niente», risponde lui, con un sorriso stupito e gentile. «Io per l’Inghilterra non provo altro che affetto, come sempre. E davvero non capisco come tutto questo si possa essere trasformato in un simile scandalo. Io mi sono trasferito a Brooklyn per ragioni familiari, e nonostante sia qui a tempo indeterminato, non la considero ancora una scelta di vita definitiva. Quanto allo stato della mia letteratura, sono molto più soddisfatto degli ultimi libri che ho scritto, che non di quelli dell’inizio della mia carriera. Perché quando invecchi la tua musicalità diminuisce, e le frasi diventano meno pirotecniche. Dunque niente odio e niente fuga».

Lo stato dell’Inghilterra, però, rimane poco lusinghiero nel suo nuovo romanzo. Il paese che ha appena brillato sul palcoscenico mondiale grazie alle Olimpiadi pare un antro provinciale di superficialità, abitato da persone violente e poco intelligenti, o rassegnate a non usare la propria intelligenza perché tanto non fa differenza.

«Anche questo, però, non è nuovo. La letteratura britannica è piena di caratteri poco edificanti, perché sono curiosi e raccontano qualcosa di interessante su chi siamo. Pure Shakespeare ne parlava, a volte. Quanto alla società, critico anche quella americana, e l’immobilità sociale mi pare un problema comune ad entrambi i paesi».

Su questo non si può contraddire Amis, che nei suoi libri è stato caustico anche verso gli Stati Uniti, o verso qualunque cosa abbia toccato. Ora, poi, ha cominciato ad occuparsi della politica americana da vicino, seguendo il processo elettorale delle primarie, mentre alla fine di agosto andrà a Tampa per raccontare la Convention del Partito repubblicano per il settimanale Newsweek.
«La cosa che mi ha colpito di più sono i soldi, che sembrano misurare il valore di tutto. E la sensazione del declino americano, forse esagerata o comunque anticipata rispetto alla realtà. La quantità di finanziamenti che possono essere donati ai partiti per influenzare l’esito delle elezioni è impressionante. Quanto ai candidati, Romney ha un portamento presidenziale, ma mi ha dato l’impressione di essere troppo preso dalla brama del potere».

I soldi sono anche la molla che muove la vita di Lionel Asbo, e la società intorno a lui, che si interessa alle sue vicende solo perché ha vinto la lotteria. Tutto sembra sbagliato, tutto marcio. Tutto si muove per ragioni poco edificanti, in questa Inghilterra dallo stato assai precario.
«L’ho criticata molte altre volte in passato, ma questo non vuol dire odiarla. Ricordo ancora una sera, seduto ad un ristorante col mio amico Christopher, mentre aspettavamo che arrivassero le nostre future mogli. Era uno di quei classici posti snob insopportabili, con un cameriere antipatico, che ad un certo punto si avvicinò per darci una cattiva notizia. Cominciò così: voi adesso mi odierete, per quello che sto per dirvi… A quel punto io lo interruppi e gli dissi: non si preoccupi, noi la odiavamo anche prima».

Eccolo, dunque, il fantasma di Christopher Hitchens, che riappare nel libro e nei ricordi. A 62 anni d’età, Amis ammette che sta attraversando una crisi, perché fatica a fare i conti con quello che gli accade intorno.

«La verità è che da nove mesi combatto con la depressione. Cerco di tenerla lontana, fingere che non esista, nascondendo il mio dolore. Però la morte di Christopher, nel dicembre dell’anno scorso, è stata un evento diverso. Ero là, e quando perdi qualcuno che hai conosciuto per quarant’anni, le sensazioni sono diverse. Da tempo ho accettato intellettualmente che morirò, ma un conto è pensare logicamente a questo fatto della vita, e un altro è vederlo accadere così vicino. L’illusione dell’immortalità svanisce per sempre, e anche se posso essere grato di vedere la realtà, presumo che per digerirla mi servirà il resto della mia esistenza».

Paolo Mastrolilli (da La Stampa)

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