Guida per giramondo «single»

L’autrice ha confessato: «È un libro scritto per le donne, ma non è vietato agli uomini». Io viaggio da sola di Maria Perosino inizia così, ma non bisogna lasciarsi sedurre dal modesto proposito: questo non è un libro da prendere alla leggera, benché sfoggi un tono confidenziale e ironico, tra chic-lit e chick-lit, e sia strutturato come una guida per peripatetiche solitarie, ma non per zingare irrequiete o giramondo a tempo perso. «Ho cominciato a viaggiare perché volevo fuggire. E perché volevo costruire»: Perosino intende «fare della solitudine uno stato di famiglia»; la sua non è un’odissea al femminile, non c’è nessuno a casa ad aspettare il suo ritorno e, soprattutto, lei non è Nessuno: «Uno degli effetti collaterali di rimanere vedova di un uomo con cui non si è sposati è che non si è vedova. Non si è niente».
Ci vuole coraggio a essere la Maria protagonista di questa storia: per imparare a portare la propria vita in viaggio occorre prima saper preparare il trolley, «l’invenzione che più di ogni altra, pillola anticoncezionale inclusa, ha contribuito alla liberazione delle donne», poi capire come trascinarsi dietro armi e bagagli, consce che «viaggiare da sole non significa affatto essere sole. Significa che vi dovete arrangiare a portare la valigia, e questo è un problema risolvibile».
Le regole del vademecum sono essenziali: bisogna scegliere un buon ristorante, un albergo rilassante, una città su misura; perdersi senza perdersi di vista; riabilitare l’usanza di essere mollate per sms; sbarazzarsi della schiumosa inutilità del cappuccino; appisolarsi; guardare dal finestrino e capire cosa significa provare nostalgia per qualcosa che non si è vissuto; essere pronte a condividere l’esperienza con compagni e compagne; ascoltare i discorsi degli altri in treno, e pure immedesimarsi nelle loro avventure e disavventure, inventarsi il finale dei loro pettegolezzi… Una buona viaggiatrice deve «sprecare passi», allenandosi magari con un fine settimana nelle località più nebbiose d’Italia e consapevole che non bastano cento passi per «stabilire una relazione di intimità con il luogo in cui vi trovate».
Perosino non è una guru, né una “secchiona” o una maestrina; scherza con l’abusato genere letterario dell’autofiction e smorza con sarcasmo qualsiasi pretesa pedagogica, soprattutto nei confronti dell’altra metà del cielo: «Ci sono situazioni in cui gli amici vi possono stupire con imprevedibili galanterie, tipo accompagnarvi ad acquistare giornali pornografici all’edicola di una stazione di provincia». E se in viaggio «con un uomo non c’è niente da fare, tutto si moltiplica e nulla si divide», come comportarsi, invece, con amiche, colleghe e amanti? Qui si «gioca in casa, e secondo regole che solo chi sta giocando con me conosce. Finisce che neanche più ci si fa caso, al fatto che l’altra stia pulendo con il Cif la doccia della stanza d’albergo, o entri nel l’hammam in tacco dodici…». Il gioco vale pure con le partner mitizzate e vagheggiate, come Simone de Beauvoir: «Sul fatto che prima o poi l’avrei incontrata, non avevo dubbi: con ogni probabilità sarebbe avvenuto al café Flore, era il suo posto preferito (e pertanto anche il mio), ma mi andava bene anche un altro luogo. Intanto, nell’attesa di decidere il dove, io andavo preparando il come, di questo incontro, definendone ogni dettaglio… E per pudore taccio cosa ho fatto passare ai miei fidanzati in materia di coppia aperta».
Tuttavia, l’autrice evita la pruderie delle «cinquanta sfumature di grigio», il bestseller per «mommy porn», e il radicale humour nero: le zone d’ombra, i sottotesti, i retropensieri sono messi tra parentesi, cacciati a margine, a fondo pagina, in carattere più piccolo, come fossero citazioni di un qualche grillo parlante, alter ego pensoso o super io impensierito. Prima viene la carne, poi lo spirito: solo così evaporano i sensi di colpa e si materializzano le avventure immaginarie, le fughe salvifiche nelle «vite che non sono la mia». Se non si ha una vita intelligente, è impossibile organizzare una vacanza intelligente, altrimenti si incappa nel surfismo culturale o nell’accidia peccaminosa. Tocca procacciarsi il buonumore, «tocca procurarsi una famiglia, quando si è single. E, diciamolo, le donne un po’ single lo restano sempre, anche quelle che tengono figli, nipoti e marito con suocera e cognato compresi nel prezzo. (Ebbene, è questo che voglio dire quando parlo di famiglia: un sacco di gente intorno che ti rompe le palle…)». Anche le perdite di tempo, gli irritanti imprevisti, le partenze mancante o rinviate fanno parte del viaggio: meglio diffidare degli «ansiosi, quelli che per convinzione genetica ritengono sia molto più facile perdere un treno piuttosto che prenderlo (sindrome da pre-stazione)», ma anche di «quelli che se ne stanno lì ad aspettare Godot».
Non esiste ricetta per mettere radici ovunque e sentirsi bene in ogni hotel, stazione, banchina, panchina. Perosino «addomestica l’altrove e se lo porta a casa»: per farlo, si allena tutti i giorni, strappando sorrisi alla fatica, cercando leggerezza in gambe gonfie e piedi stanchi di camminare. Abitudine e curiosità le fanno compagnia, dal giorno in cui è nata «sotto il segno del Sagittario, un centauro che da quando esistono le stelle pare non abbia fatto altro che viaggiare, nel tempo e nello spazio», a quando è rinata «a Venezia, un febbraio di molti anni fa, sotto il segno dell’Acquario… Stavo imparando a muovermi con l’allure disinvolta di chi tiene il baricentro su di sé. Tutto sembrava a un tratto più semplice. Certo, non ero da sola, ero con amici che mi ero scelta, che avrei saputo amare se loro avessero saputo amare me, da cui potevo staccarmi per poi ritrovarli. Per la prima volta, ero stata io a scritturare le persone con cui stavo, a fare il casting».

Camilla Tagliabue (da Il Sole 24 Ore)

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