Jo Nesbø, le mie favole nere tra Ibsen e Batman

La domanda, dopo aver letto Lo spettro si impone: ci sarà una decima avventura per Harry Hole? Non è che è davvero morto? Jo Nesbø, che con questo romanzo appena pubblicato da Einaudi è già schizzato in classifica, risponde al telefono dalle Marche, dov’è in vacanza in un borgo non lontano da Ascoli. 51 anni, vita privata mantenuta nel massimo riserbo (pare che perfino l’editore norvegese ne sappia ben poco), da ragazzo era un promettente calciatore, una piccola stella, poi è diventato musicista in una band assai popolare, ma anche analista finanziario, e infine, negli anni Novanta, romanziere.

Ormai ha venduto in tutto il mondo 11 milioni di copie, compresi i libri per ragazzi. Secondo i suoi editori, ogni 23 secondi c’è qualcuno che compra un suo libro. Difficile controllare, ma che Harry Hole sia un eroe globale è fuori di dubbio. Martin Scorsese sta facendo un film tratto da L’uomo di neve, uno dei suoi romanzi di maggior successo. Dove Harry già se la vedeva brutta. Nello Spettro lo lasciamo, all’ultima pagina, bucherellato da ogni genere di proiettili.

«Detto fra noi, potrebbe cavarsela ancora», confida lo scrittore. Il personaggio è un detective cacciato dalla polizia, con gravi problemi di alcol, molto autonomo, molto ribelle, vita sentimentale disastrata, insomma un perdente che alla fine vince sempre – ma per il quale vincere o perdere non fa poi quella gran differenza. Ed è sicuramente una delle componenti fondamentali del fascino aggressivo di questi libri, prima tradotti da Piemme e ora da Einaudi. Un po’ don Chisciotte un po’ James Bond, la licenza di uccidere se la prende da solo. Indaga a Oslo, in Australia o in Estremo Oriente. Sempre sull’orlo del baratro. Di romanzo in romanzo sempre più malridotto, il corpo solcato da ferite, l’animo non parliamone. Eppure sempre in piedi, indistruttibile. Il primo libro che gli dette fama, nel ’97, si intitolava The Bat, il pipistrello.

Qualcosa a che vedere con Batman?
«No, Harry nasce da modelli reali, un paio di persone che conoscevo, e anche fantastici. Per esempio Chuck Norris».

Quello della serie Texas Ranger?
«Sì proprio lui. È molto probabile che mi abbia influenzato parecchio».

Lei ha raccontato spesso di essere arrivato alla scrittura relativamente tardi. Ma viene anche da una famiglia di grandi lettori. Nei suoi romanzi ci sono padri letterari, cioè una tradizione. Si potrebbe pensare all’hard boiled americano, ai Chandler, agli Hammet.
«In tutta franchezza non credo di averli letti molto presto. Semmai un are di riferimento è stato per me Jim Thompson».

Il più importante autore della cosiddetta pulp fiction. Amatissimo da Stephen King. Che in questo libro sembra incrociarsi addirittura con Ibsen. C’è un personaggio che si fa chiamare così. Per non parlare del titolo.
«Il titolo originale, però, non è ispirato direttamente al drammaturgo. Diciamo che non è un riferimento diretto».

L’atmosfera di oppressione che si respira nella sua Oslo è però la stessa degli Spettri ibseniani; anche se poi lei racconta una città dal punto di vista dei traffici di droga. Violenta, disperata. È immaginaria o reale?
«L’atmosfera è una creazione talmente fantastica. La Oslo del romanzo intrattiene con quella reale lo stesso rapporto di Gotham City con New York».

E siamo di nuovo a Batman, con tutte le sinistre risonanze del caso, dopo la strage nel cinema di Denver. Ma la nostra conversazione avviene anche a un anno esatto dal massacro di Utøya. Personaggi come Anders Breivik o l’americano James Holmes potrebbero uscire dalla pagine dei suoi thriller.
«Breivik? Non saprei. Non penso di averlo immaginato. Si tratta, più o meno, di gesti di follia. Quello che è successo è più simile a una catastrofe naturale. Credo che nessuno potesse prevederlo, né io né nessun altro».

Quel che è accaduto negli Usa è tremendo, ma non certo imprevedibile. Della Norvegia abbiamo sempre avuto sempre un’immagine piuttosto serena e pacifica.
«Infatti è un Paese tranquillo, ricco e per certi versi ingenuo. Che vive un po’ fuori del modo reale».

Come lei sottolinea spesso nel suo libro.
«E questo è il motivo per cui quel che accadde il 22 luglio dell’anno scorso è stato uno shock così terribile. La gente era totalmente indifesa».

E tuttavia i suoi romanzi non la descrivono affatto in questi termini. Ma come un mondo spietato.
«Io non ho quella che potremmo definire la percezione realistica. Alla fin fine le mie sono favole».

Nere.
«Racconto la paura. I miei trafficanti di droga sono magari storicamente quelli degli anni Settanta, quelli dell’eroina, anche se il romanzo si svolge ai giorni nostri. Mi interessava qualcosa cha mi ha spiegato bene una donna che lavora a programmi di aiuto ai drogati: l’eroina sostituisce tutti gli amori che hai nella vita. E questa è una storia sulla vita».

Forse poco scandinava.
«I miei modelli sono altri, questo è vero. Non il romanzo sociale o politico. Ma credo che l’immaginazione, alla fine, sia sempre politica».

Però c’è almeno uno scrittore norvegese che è molto importante per lei?
«Certamente. Knut Hamsun. Perché ti dice che non devi mai credere del tutto, in prima istanza, a quello che ti racconta il narratore

Mario Baudino (da La Stampa)

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