Enzensberger: “Il successo è un inconveniente”

Hans Magnus Enzensberger ha letto pochi giorni fa il suo poema La fine del Titanic a bordo di un battello che navigava nel golfo di Belfast. Un secolo dopo l’ affondamento del transatlantico che fu varato, come scrive nel canto ventunesimo, «con un Château Larose del 1888 marcito nella bottiglia». Lo racconta divertito e incuriosito, quasi fosse tornato da una gita in un bizzarro luna park della memoria. A ottantadue anni, niente lo spaventa. Soprattutto le idee. Nella sua vita ne ha avute così tante, anche strane (come una «Fontana della poesia» per dare «una terza dimensione alla lingua»), che ha deciso di elencare quelle che sono fallite e quelle che non sono state realizzate.

Per farlo, ha scritto un libro, I miei flop preferiti. E altre idee a disposizione delle generazioni future (Einaudi), tanto acuto e appassionato che ci vorrebbe un redivivo Bertolt Brecht per elevare dinanzi a lui una roboante Lode dell’ intelligenza. Ma non sapremmo dove cercarlo, quell’ altro precursore, sepolto ormai da tempo nel Dorotheenstädtischer Friedhof di Berlino. Qui siamo a Schwabing, il quartiere intellettual-universitario di Monaco, dove hanno abitato tra gli altri Thomas Mann, Giorgio De Chirico, Lenin. E dove un agente di polizia fracassò la chitarra di Hermann Simon, in «Heimat», durante le agitazioni giovanili del 1962. I lettori di Enzensberger hanno a disposizione così quasi una sua «autobiografia anti-eroica», perché gli insuccessi nel cinema, nell’ opera lirica, nel teatro, nell’ editoria, si legge nell’ introduzione, «svolgono un effetto terapeutico», e curano «malattie professionali degli autori quali perdita di controllo o mania di grandezza». «Una autobiografia senza l’ aspetto privato – aggiunge – perché non sono un scrittore autobiografico. Sono più curioso dei fatti degli altri. Ripenso a queste avventure senza amarezza, anche se ci sono stati momenti tremendi. Soprattutto quando si vuole mettere in scena qualcosa, su un palcoscenico, e poi quello a cui si è lavorato sparisce per sempre.

Ho scritto questo libro anche perché molti credono che tutto sia facile. Volevo mostrare che è falso. Non è vero che gli scrittori sono dei privilegiati». E quindi Enzensberger racconta, per esempio, che un film sul grande naturalista Alexander von Humboldt è rimasto soltanto «un canovaccio di circa trenta pagine», oppure che il vaudeville in cinque quadri La Cubana, ovvero una vita per l’ arte, di cui aveva preparato il libretto, «finì in un disastro». Sono tante le tappe di questa storia un po’ ironica dei «fiaschi». Il suo primo dramma, La tartaruga, fu «sotterrato» dopo un’ imbarazzante lettura in cui «il silenzio dei critici presenti fu dovuto solo alla buona educazione che all’ epoca esisteva ancora», mentre la rivista «Gulliver» naufragò nonostante le riunioni e i carteggi con altri prestigiosi intellettuali tedeschi, francesi e italiani. I libri, invece, sono un caso diverso. Quelli che vivono nell’ ombra, fanno soffrire solo gli editori, perché rovinano gli affari. «Ma chi scrivendo pensa al conto in banca, è già perduto», osserva Enzensberger in I miei flop preferiti. Il vero fallimento è invece quel foglio invisibile dove sono elencate le opere a cui si è rinunciato. Ma c’ è sempre la possibilità di riprendere tutto in mano, come potrebbe accadere per I soldi dei figli, un romanzo sui giovani, l’ economia e il denaro, di cui è riportato un estratto del primo capitolo. L’ autore di La breve estate dell’ anarchia non ha escluso di farlo. Ora è più dubbioso, preferisce pensare a progetti nuovi. «Sì, può essere. Ma le cose più “calde” – risponde – sono quelle di cui ci si occupa nel presente. Come un piccolo libro che uscirà in autunno. Sono testi che hanno la particolarità di essere molto brevi, tanto è vero che il sottotitolo sarà Venti saggi da dieci minuti ciascuno. Si intitolerà Panoptikum, come il carcere inventato alla fine del Settecento dall’ empirista inglese Jeremy Bentham, dove un guardiano poteva osservare da solo tutti i detenuti. Ma in Germania “Panoptikum” viene chiamato anche il museo dell’ orrore nel parco dei divertimenti». Il Panoptikum di Enzersberger è stato già costruito. Alle «invenzioni che però sono mai andate oltre lo stadio di abbozzo», è dedicata invece la seconda parte di I miei flop preferiti. Se volete, rubatele. Cinema, teatro musicale, teatro. «Perché nessuno ha mai pensato – si chiede – ad un dramma sulla singolare amicizia tra Marx ed Engels? Uno ricco industriale, donnaiolo e buongustaio, l’ altro esule geniale, topo di biblioteca e nullatenente, tormentato dai foruncoli». «Io credo – spiega – che tutti abbiamo più idee di quelle che possiamo realizzare. Ciascuno di noi non ha il tempo e l’ energia per portarle a termine. Perché non distribuirle? Non ritengo che debba esistere il copyright sulle idee». Alcune di queste sorprendono, soprattutto guardando alla loro data di nascita. Pensiamo, in campo editoriale, ad un progetto chiamato «Il Bollettino», con giornalisti che selezionano e verificano materiale arrivato in modo confidenziale da informatori di alto livello che non vogliono rivolgersi ai media istituzionali. Enzensberger sa bene che da quando ha proposto quest’ idea, nel 1999, siti come Wikileaks hanno poi realizzato qualcosa di simile e non si meraviglia che il potenziale della rete possa produrre «effetti devastanti». Il suo rapporto con la rivoluzione dei social network è conflittuale. «C’ è sempre un’ ambiguità. Da una parte si spera di diminuire il controllo dei grandi imperi dei media. Dall’ altra i nuovi imperi si nutrono dell’ energia che la gente impiega e utilizzano per interessi commerciali i dati personali. E guadagnano miliardi. Io non mi faccio controllare». Enzesberger si alza, in questo appartamento all’ ultimo piano di una casa moderna che domina l’ Englischer Garten. La strada di Schwabing dove lavora è una specie di regno del silenzio in una Monaco chiassosa, un po’ malmessa, percorsa giorno e notte da non identificate orde di gente che parla inglese. Fa scorrere l’ acqua per renderla più fresca, riempie due bicchieroni azzurri, aggiunge un cubetto di ghiaccio. Poi si accende una sigaretta. È un uomo allegro, che scoppia in una risata fragorosa appena scatta la scintilla del dubbio.

Le sue riflessioni sui nuovi mostri del ventunesimo secolo, Google, Microsoft, Apple, Amazon, Facebook, hanno fatto molto discutere. Ancora di più quelle sulla «super-burocrazia» di Bruxelles. Ma non vuole essere iscritto alla lista dei nemici dell’ Europa. «Effettivamente le istituzioni dell’ Unione hanno qualche somiglianza con un Politburo. Con il voto io posso mandar via il mio governo. La commissione europea è inamovibile. Il deficit democratico esiste, è un fatto strutturale. Ma voglio essere chiaro che l’ elogio del progetto europeo viene prima della mia polemica. Cerco di distinguere le cose positive dalle sciocchezze». Parlare di Europa porta inevitabilmente a ragionare sulla Germania, sulla sua immagine di «cattiva» che vuole imporre l’ austerità a tutti. Enzensberger da giovane si accorse che «essere tedesco non è una professione» e decise di aprire completamente il suo orizzonte. Oggi non si sente vicino al malumore contro il suo Paese. «Anche il successo – osserva – può essere un inconveniente. Perché non piace agli altri. Sono fenomeni transitori, attacchi di nervosismo. In fondo anche l’ epoca dell’ anti-americanismo si sta esaurendo». In questo quadro, il suo giudizio su Angela Merkel è «semplice». «La gente è contenta di lei perché la vede come una mamma. Durante la crisi della Lehman Brothers andava in televisione per rassicurare i tedeschi sui loro soldi in banca. Nessuno avrebbe mai pensato che avrebbe assunto questo ruolo, non solo in Germania. La conclusione è che non bisogna mai sottovalutare una donna. È un errore che fanno tanti. Tutti gli esponenti di primo piano dei partiti lo hanno fatto. Anche Helmut Kohl». «La politica – aveva premesso all’ inizio – non è però il mio terreno preferito. Anzi, nei suoi confronti ho una certa insofferenza». D’ altra parte, è lui che ha scritto, in Mausoleum, Trentasette ballate tratte dalla storia del progresso, che «i lebbrosi sotto la decrepita veranda lungo il Rio delle Amazzoni» non capivano ciò che diceva il giovane Ernesto Guevara de la Serna, «e continuavano a morire». La politica non sarà il suo campo, ma molte cose le ha intuite in anticipo

Paolo Lepri (da Corriere della Sera)

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