Hitchens / HITCH 22

Anticipazioni esce «Hitch 22», l’ autobiografia postuma del polemista angloamericano scomparso lo scorso dicembre

Non mi capita più perché ormai una nuova generazione di africani e di asiatici è emersa a prendere in mano il mestiere, ma nei miei primi anni a Washington, mi accadeva spesso di trovarmi sul sedile posteriore di qualche grosso vecchio taxi ammaccato alla cui guida c’ era un veterano afroamericano. Ero abituato al protocollo della scena: in un caldo e sonnolento pomeriggio del Sud facevo segno di fermarsi a una Chevrolet dalla vernice scrostata.

Al volante, girato all’ indietro e rilassato, spesso con un mozzicone di sigaro all’ angolo della bocca (e non me lo invento, ma qualche volta anche con il classico cappello pork-pie tirato all’ indietro) c’ era un uomo brizzolato con la cintura dei pantaloni quasi all’ altezza delle ascelle. Avrei detto dove volevo andare. In conformità a un antico uso dei tassisti, non avrebbe spiccicato nulla in risposta, ma avrebbe semplicemente innestato il cambio a mano sul fusto del volante e avrebbe iniziato a viaggiare a velocità moderata senza alcuna fretta. Ci sarebbe stata una pausa. Poi: «Inglese?» Avrei sempre tentato di rispondere con qualcosa del tipo: «Be’ , non sono in grado di negarlo». Qualche volta così mi ero conquistato un sorrisetto; comunque sia, sapevo cosa sarebbe venuto inevitabilmente dopo. «Ci sono stato una volta». «Era nell’ esercito?» «Può dirlo». «In Normandia?» «Sissignore». Ma non volevano ricordare la Normandia e neanche i combattimenti. (Non succede quasi mai con chi ha veramente fatto la guerra). Era proprio l’ Inghilterra che li interessava. «Accidenti se pioveva. e la birra tiepida. Gente simpatica, però. Proprio simpatica». Non dimenticavo mai di dire, al momento di scendere e senza eccedere volutamente nella mancia, quanto questo impegno da parte loro fosse ricordato e apprezzato. Non è a questo livello che di solito si celebra la «relazione speciale» tra Gran Bretagna e Stati Uniti. Per lo più la si commemora con gli incontri della Churchill Society, con una visita della regina in qualche allevamento di cavalli della Virginia o del Kentucky, con cerimonie tutte vessilli, tamburi e bandiere nazionali. Ma penso che l’ elemento prima citato meriti di essere approfondito. Agli occhi di molti di quei coraggiosi gentiluomini, segregati nelle loro unità americane, l’ Inghilterra si presentava come la prima immagine che vedessero di una società non segregata. Nella mia città natale di Portsmouth nel 1943 ci furono vivaci proteste di strada da parte della gente del posto che respingeva con sdegno il tentativo della polizia militare americana di introdurre un settore di colore nei pub. Il giovane Medgar Evers, a quanto pare, disse ai suoi amici inglesi, una volta di ritorno nel Mississippi, che dopo quel che aveva visto e imparato, non avrebbe più tollerato quella porcheria. Durante il mio primissimo viaggio nel profondo Sud, nel 1970, mi fermai in una minuscola stazione di autobus della Greyhound in Alabama per bermi qualcosa di fresco, e un giovane nero, sentendo la mia voce, cercò di essere gentile e disse: «Qui ammiriamo molto la resistenza di tutti voi nella Seconda guerra mondiale». L’ episodio mi si fissò nella mente perché era la prima volta che sentivo dal vivo una persona dire «y’ all» – in questa parte dell’ Alabama si parlava più lentamente – e perché potevo essere praticamente sicuro che in questo caso dovesse significare tutti noi e non solo la persona cui veniva rivolta la frase (sono ormai in grado di valutare la differenza tra «y’ all» e «all of you»). Gli americani. Erano molto diretti. La leggenda familiare degli Hitchens raccontava come una volta, quando ero ancora un marmocchio, i miei genitori si fossero trovati con me in un aeroporto e si fossero imbattuti in un gruppo di «yank». «Davvero un bel bambino», dissero questi individui grossi e sfacciati, senza darsi la pena di presentarsi formalmente. Vollero fotografarmi e, prima di partire e tornare alle loro vite americane, mi cacciarono nel pugno chiuso un verdone firmato in riconoscimento della mia graziosità. Questa storia venne raccontata molte volte (suppongo che Yvonne e il Comandante siano stati insieme in un aeroporto forse tre volte in tutta la loro vita) e sempre con un accenno di condiscendenza. Ecco cos’ erano gli americani per noi: gente che voleva essere amichevole, d’ accordo, ma che era così chiassosa e incline a ostentare il denaro. I punti di vista dei miei genitori divergevano un po’ in proposito, proprio per i loro ricordi legati al tempo di guerra come quelli dei veterani di Washington. Il Comandante tendeva a sottolineare il deplorevole ritardo dell’ entrata americana nella Seconda guerra mondiale e l’ esorbitante prezzo preteso da Roosevelt per le navi obsolete che aveva offerto alla Gran Bretagna nell’ ambito del programma Lend-Lease. Il ricordo che aveva Yvonne del medesimo conflitto era più indulgente: i membri delle forze armate americane nella Gran Bretagna del tempo di guerra si erano dimostrati cordiali e generosi e a un appuntamento potevano arrivare con calze di nylon e cioccolato e salmone affumicato. (Proprio questi fattori servivano a spiegare la differenza di genere nell’ atteggiamento verso gli «yank»: i combattenti britannici disponevano di una paga molto inferiore e avevano un accesso limitato a fronzoli e lussi. Non era passato molto tempo da quando i nostri ospiti e liberatori dell’ altra sponda dell’ Atlantico venivano acidamente descritti come «overpaid, oversexed and over here», sebbene tutti convenissero che i più cortesi e galanti fossero i soldati neri o «negri», come osservava all’ epoca Orwell). Così fui educato, a casa e a scuola, con una visione ambivalente dei «nostri cugini americani». Come spesso capita ai parenti poveri, ci consolavamo al pensiero che noi inglesi compensavamo in buon gusto e raffinatezza la nostra crescente penuria di denaro e perdita di influenza. L’ americanismo, in tutte le sue forme, sembrava essere volgare e sprecone, rozzo e addirittura brutale. C’ era una metafora bella e disponibile nel mio nativo Hampshire. Fino a poco tempo dopo la guerra, gli scoiattoli inglesi erano rossi. Riesco ancora a ricordare vagamente queste dolci creature in stile Beatrix Potter, più piccole e graziose, e più agili, e senza quei tratti da topo che palesano gli scoiattoli grigi visti da vicino. Questa marmaglia, arrivata in passato dall’ America per qualche deplorevole caso, era sfuggita alla cattività e aveva a poco a poco massacrato e cacciato il ceppo inglese più fine e riservato. Si diceva che gli scoiattoli grigi non combattessero lealmente e che con un colpo mancino delle loro zampe posteriori castrassero gli infelici scoiattoli rossi. Qualunque fosse la verità, la visione di uno scoiattolo inglese autoctono sarebbe diventata presto una rarità, limitata al nord della Scozia e all’ isola di Wight, e tutto ciò, all’ ansiosa piccola borghesia, pareva emblematico di un più generale fenomeno di massificazione, declassamento e americanizzazione di ogni cosa…

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