Giacomo Papi / I PRIMI TORNARONO A NUOTO

Serafino Currò alzò l’indice per prendere la parola.
– Perdoni, dottor Karaianni, posso? Una precisazione.
– Sí, professore, dica.
– Noi non siamo morti.
– In che senso, scusi?
– Lei ha detto: «Voi siete morti». È inesatto. Siamo morti quando abbiamo smesso di vivere e siamo stati morti mentre non eravamo vivi. Ma adesso noi siamo vivi. Come lei e le altre persone dell’ospedale.
Rosaria annuí. Adriano era meravigliato. Il vecchio si concentrava su un dettaglio invece che sulla notizia sconvolgente che gli aveva appena comunicato e non sapeva cosa rispondergli.
– Sí, in un certo senso ha ragione. Ma la sostanza non cambia, mi pare.
– È una questione di rispetto, dottore, ma anche di uguaglianza. Quindi di sostanza. Che diritti possono avere i morti? Per fare un esempio, hanno diritto di vivere o no?

Giacomo Papi, I primi tornarono a nuoto

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Il romanzo di Papi sarà anche di genere, come sostiene chi scrive romanzi privi di genere, ma è ipnotico come un film di Hitchcock e curioso come un fumetto, un passatempo nichilista dove il racconto – la trama – è la resurrezione di tutti in quell’eternità terrena che rendevano ogni mistero del Cielo.

la Repubblica

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«Era una notte d’ inverno, a Milano, quattro anni fa. Ero uscito sul terrazzo a fumare (allora fumavo ancora), guardavo la nebbia e cominciai a pensare. L’ insonnia è una maledizione, ma è anche un grande aiuto per chi fa un lavoro creativo. È in quelle ore che si affacciano le idee e prendono forma. Così, quella notte, pensai a un viaggio all’ incontrario di quello fatto da Dante: lui, vivo, andava nel regno dei morti, io immaginai invece che i morti tornassero fra i vivi».
Così Giacomo Papi racconta a Ranieri Polese, in un’intervista per il Corriere della Sera, la genesi de I primi tornarono a nuoto.
Autore della trasmissione Che tempo che fa, e della fortunatissima rubrica «Cose che non vanno più di moda» per D di Repubblica, Papi esordisce nella narrativa con un romanzo che reinventa uno dei luoghi più fecondi del nostro immaginario, quello del «ritorno dei morti».

La trama, a raccontarla, sembra perfetta per un horror: un giorno, di punto in bianco, i morti cominciano a ricomparire sulla terra, esattamente lì dove le loro vite si erano interrotte. Non hanno cattive intenzioni, almeno all’inizio, anzi, il loro arrivo è una festa: la morte è sconfitta, è sconfitto il dolore del lutto, non esiste più fine e ognuno si prepara a riabbracciare gli amori, i genitori, i figli perduti.
Solo che presto appare chiaro che a tornare sono tutti i morti. Di tutto il mondo, di tutti i tempi. Arrivano dall’Ottocento, dal Rinascimento, dalla Preistoria oppure solo da ieri. Qualcuno può ancora incontrare i propri figli, magari brutalmente invecchiati, qualcuno non ha neppure idea di cosa sia la civiltà. È un esercito deciso a prendersi spazio, cibo, risorse. E allora, tra i vivi e ritornati, si scatena una vera e propria guerra.

Il «ritorno» raccontato da Papi, però, è lontano anni luce dai cliché della narrativa e del cinema «di genere» sui morti-viventi.
Scrive Buttafuoco su Repubblica: «I morti di Papi si riprendono i propri luoghi e le proprie case, salutano i propri cari e quasi non c’è spavento, anzi: hanno polpa viva, più di quanta ne abbiano i vivi. Non sono zombie, non hanno sudari e dalla loro bocca non escono i vermi della decomposizione, ma fiori odorosi di vita nuova».
Sono uguali a noi in tutto e per tutto, tornano al mondo nudi come neonati, e dei neonati hanno la stessa fame, la stessa voracità, lo stesso bisogno di prendere tutto senza dare nulla. I morti di Papi sono, a tutti gli effetti, di nuovo vivi, e vivere è l’obiettivo al quale non intendono rinunciare, per nulla al mondo.

Adriano Karaianni è il medico che ha scoperto il primo rinato. La sua storia con Maria è ancora giovane, ma lei aspetta un bambino da lui, proprio adesso che nascere, far nascere, è diventato un delitto. La loro storia fa da controcanto alla battaglia che l’umanità deve combattere per la sopravvivenza.

Con una lingua nitida e un ritmo serratissimo, Giacomo Papi ci consegna un romanzo che ha sì il passo avvincente dell’azione, ma è al contempo una riflessione sentita e complessa sul senso stesso dell’esistenza, sul legame profondo tra il mondo dei vivi e quello dei morti, e sull’amore, che si rivela l’unica forza capace di farci restare umani.

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