Lelio Luttazzi / L’EROTISMO DI OBERDAN BACIRO

Oberdan e Mercedes – rispettivamente anni sette e anni sei – stanno giocando a una specie di nascondino. Oberdan è acquattato dietro l’anta aperta dell’armadio-credenza, una specie di abitacolo occasionale creato appunto dall’angolo del cucinino, cui l’anta in questione fa da paravento.

Disponibile presso il Punto Einaudi di Sondrio


Le mamme, a mezzo metro.
Mercedes: una biondina dall’espressione un po’ ritardata, ma di pelle e di estrazione cittadine. Niente a che vedere con le quaranta capre della II B, regno della maestra Baciro.
Mercedes sa benissimo che Oberdan è nascosto là, anche perché non c’è altro posto dove nascondersi, nell’esiguo ambiente.
Ma i due bambini si compiacciono di essere in mala fede, di fare un gioco nel gioco, pur senza sapere esattamente dove il vero gioco li porterà.
Mercedes, dopo la conta, finge di cercare per pochi secondi, ma subito si affretta a «trovare» Oberdan.
Solo che, invece di spostare l’anta dell’armadio e di farne uscire l’avversario, s’introduce anche lei nel cunicolo e se la tira dietro. I due sono in piedi, di fronte, nel minuscolo antro oscuro.
Le mamme sono cosí vicine che, se non ci fosse quella specie di paravento, i bambini le sentirebbero alitare sui propri capelli.
Oberdan trema al pensiero che da un momento all’altro potrebbe tuoneggiare la voce insospettita di sua madre: «Cossa succedi là de drio, ve se indormenzài?!»
Ma ormai è preda dell’ineluttabile: il piccolo dio dell’inconscio erotismo infantile ha già invaso quell’angolo di perdizione.
E Mercedes – anni sei – occhi inafferrabili, nel buio-luce-buio provocato dal millimetrico spostamento dell’anta spinta involontariamente dal suo culetto;
Mercedes, premendo la sua guancia a quella di Oberdan (tenero tenero, caldo caldo, profumo profumo!);
Mercedes – soffietti brucianti di labbruzze aperte e umide – sussurra nell’orecchietta di Oberdan:
– Se prima te me fa veder ti, dopo te fazo veder mi…
Oberdan: erezione.
E non gli importa piú nulla delle mamme, le cui voci sembrano continuare a sovrapporsi senza soluzione di continuità, se pure ormai lontane, subacquee, oniriche.
E i minuti (secondi, anni?) trascorrono.

Lelio Luttazzi, L’erotismo di Oberdan Baciro

***

«Ironico, forse cinico, ma sentimentale. Lelio si vendica in questo libro del ragazzino che era in lui».

Franca Valeri

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«Apologo, tragicommedia, romanzo di formazione: L’erotismo di Oberdan Baciro, rimasto per più di trent’anni nel cassetto del grande Lelio Luttazzi, attinge a questi generi con lo humour, la levità e lo stile che erano tipici del re dello swing italiano. […] Va detto che il romanzo di Luttazzi non è uno dei tanti prodotti di consumo di cui sono invase le librerie, magari anche gradevoli o brillanti o profondi, ma sostituibili e soprattutto comparabili. Perché L’erotismo di Oberdan Baciro racconta una battaglia oggigiorno quasi vinta (il gap tra genitori e figli è ormai più sul piano tecnologico che su quello della morale sessuale) ma col sapore vero di un’epoca e di una libertà di pensiero. Leggendolo sarete spiazzati, sarete compiaciuti, sarete avvinti, e per tutta la durata della lettura non ve ne fregherà niente della contemporaneità romanzesca. Vi berrete l’esilarante descrizione di un “figlio unico di madre vedova solitario, frustrato e pipparolo”, la qualità della, il vivido ritratto della Trieste di quegli anni, i riferimenti culturali sempre azzeccati, e soprattutto la denuncia di una cultura che cercava di terrorizzarti fin da bambino con le parole ATTI IMPURI… PECCATO MORTALE… FIAMME ETERNE».

Camilla Baresani, Corriere della Sera

***

«Lelio era un uomo di sublime raffinatezza, dotato di un’ironia che molto raccontava di sé. Arrivò nel mio programma ultraottantenne e si offrì al pubblico che non lo vedeva da decenni con un’intervista pazzesca. Espresse concetti di un anticonformismo eversivo. Sulla pigrizia, sul valore e il piacere di perdere tempo, sulla necessità di non rfare niente. La frenesia contemporanea in senso stretto lo interessava pochissimo. […] Avrei voluto essere come lui, portare lo smoking con la stessa soavità, muovermi tra le linee danzando leggero. Tutta la sua vita, banalmente, ha incarnato il nudo sogno dello spettacolo».

Fabio Fazio

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Figlio unico di madre vedova, maestra di stanza a Prosecco, il piccolo Oberdan Baciro si consuma sin dall’infanzia dietro all’incomprensibile mistero dell’altro sesso. Complice una severissima educazione «clerico-fascista», e la sfortuna di trovarsi a scuola con «quaranta vaccarole» per nulla appetibili, la scoperta e l’esplorazione del desiderio diventano per Oberdan un’esperienza piuttosto solitaria…
Devoto al Dio Onan quasi quanto la madre è devota al Duce, il ragazzino fa di tutto per conquistare, almeno con lo sguardo, quei territori segreti nascosti sotto le gonne delle coetanee. L’impresa, purtroppo, è a dir poco ardua, perché le varie Aurora, Beatrice, Cicci, incarnazioni dell’ideale di bellezza asburgica che per Oberdan è l’unica bellezza possibile, sembrano agire in segreto accordo: suggeriscono e subito si negano, offrono e sottraggono, si avvicinano e un momento dopo scappano, in un tragico susseguirsi di promesse mai mantenute.
Per fortuna ad accendere la fantasia ci sono i racconti di chi vanta esperienze trionfali, come il giovane Fausto, che per qualcuno è pazzo, ma per Oberdan diventa presto maestro di vita. La sera, davanti al cancello di casa, Fausto parla, e Oberdan sogna, e insieme alle avventure da vivere col pensiero, nella sua testa (e nei suoi taccuini, fedelmente riportati dall’autore) prende forma una vera e propria «ero-filosofia», che il nostro si sforzerà di tradurre in pratica, complicandosi non poco le cose: se la prospettiva dell’amore di coppia era già abbastanza sfuggente, quella – da Oberdan ostinatamente perseguita – dell’amore di gruppo sarà il miraggio verso cui orientare una vita di inevitabili frustrazioni.
A nulla varrà per Oberdan approdare a Trieste, né scoprirsi brillante contrabbassista, né lo salverà l’incontro con la Divina Sarah Meyer, bellissima, mondana, finalmente emancipata: a mettere fine ai suoi struggimenti (e alla sua breve esistenza) servirà solo – ahilui – la guerra.

Ritrovato nel suo archivio dalla moglie Rossana, questo romanzo di Lelio Luttazzi è leggero, erotico e divertentissimo. Talmente scatenato da risultare sorprendente per chi di Luttazzi ha in mente soprattutto l’eleganza composta, eppure, come scrive Camilla Baresani, «per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo, leggere la storia di Oberdan dà la sensazione di sentire la sua voce e i suoi mille aneddoti. La “ero-storia” del piccolo protagonista ricalca esattamente quella del piccolo Lelio. Ma racconta anche il suo pensiero di adulto, libertario e libertino, insofferente delle proibizioni della morale: “l’eros – scriveva in epigrafe – è l’unica verità universale e inestinguibile che la creazione ha elargito agli esseri viventi. Giacché è tempo di convincersi che, quanto agli altri valori ereditati dalla nostra millenaria civiltà, forse NON ERA VERO NIENTE”».

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