Carlotto: “Da Marsiglia al Messico il mio romanzo sul crimine globale”

SCENA prima: mafiosi russi cacciano con armi da guerra un branco di lupi nel deserto contaminato di Chernobyl. Scena seconda: un narcotrafficante di Ciudad del Este, che si muove imitando la finta della grande ala Garrincha, sbaglia mossa e deve fuggire. Poi un altro ciak: una poliziotta di Marsiglia (lesbica, fanatica di Johnny Halliday) dalle iniziali impegnative BB, comanda una squadra ai confini della legalità. Infine quattro giovani brillanti laureati usano le loro sofisticate conoscenze di economia per rubare il mondo ai padri.

Respiro corto, il nuovo romanzo di Massimo Carlotto (Einaudi stile libero), è un mosaico appassionante, dove tutti i tasselli contribuiscono a restituire al lettore un’avventura frenetica e mai banale. Come un film da leggere. Un ostacolo ambizioso superato con abilità dallo scrittore padovano, che a Repubblica parla di questa svolta e dei “nuovi mali che trasfigurano la nostra società “, una rivoluzione da raccontare ancora una volta con il noir, che per correre al passo del “nuovo crimine, diventa globale”.

Partiamo dai luoghi, sempre decisivi nei suoi libri: ci vuole coraggio a scegliere Marsiglia, la città del maestro Jean-Claude Izzo. Cosal’ha spinta?

“Mi interessava Marsiglia, ne ero attratto: lì è in corso forse la più grande battaglia criminale d’Europa, la guerra dei Territori. La gente viene uccisa in strada ogni giorno e nessuno se ne occupa. Lo scontro tra le varie bande ha una tale forza da sconvolgere l’assetto stesso della metropoli che non ha più niente a che fare con quella di Jean-Claude. Penso che a lui, come l’ho conosciuto, avrebbe fatto piacere questa mia scelta”.

Dunque è andato a Marsiglia per prepararsi?
“Vado sempre nei luoghi di cui mi occupo: ci sono stato parecchie volte e mentre ero lì mi sono imbattuto in un caso come quello che racconto in Respiro corto: terminato con la sconfitta di poliziotti e magistrati. Poi ho girato per le strade, per i locali: ho cercato volti e atmosfere a cui appigliarmi. Sono andato anche a Ciudad del Este, dove si sono saldati gli interessi del narcotraffico e del terrorismo di Al Qaeda: tanto da fondare una vera e propria banca d’affari da 10mila miliardi di fatturato. Qui ho visto le macchinette mangiasoldi di cui parlo nel libro e che danno un senso tangibile, fortissimo dell’enorme flusso di denaro di cui dispongono queste organizzazioni “.

Respiro corto, al contrario di altri suoi libri, non ha un solo protagonista, ma è un romanzo corale. L’inizio ricorda alcuni classici americani, alla Don Winslow o alla Elmore Leonard: scelta rischiosa dovuta a quale esigenza?
“Volevo lavorare su una storia complessa: la trasformazione del crimine e la sua ripercussione a livello mondiale. Ormai non siamo più di fronte alla semplice migrazione di organizzazioni verso altri Paesi: la mafia in America, la ‘ndrangheta in Messico, oggi siamo di fronte a qualcosa di più profondo, ad un nuovo respiro globalizzato della criminalità. Per questo mi serviva un affresco corale, complesso come lo scenario da raccontare e capire”.

Più che in altri suoi precedenti romanzi qui si intuisce una corposa documentazione, si avverte quasi la fatica fisica della ricerca sui meccanismi criminali. Come ha lavorato?
“Ho viaggiato e ho studiato parecchio. L’ispirazione mi è venuta girando per alcune università straniere, dove mi sono imbattuto nei figli di boss di diverse organizzazioni mafiose. Figli del Cartello della droga messicano, figli delle Triadi cinesi: studiano economia, ingegneria ambientale, marketing e pensano ad un futuro diverso per le loro attività. Un futuro che è già iniziato ed è proprio questa trasformazione, a tratti persino fisica, che mi interessa raccontare”.

Lo scontro tra i boss all’antica e quelli che hanno sostituito i kalashnikov con i computer?

“Queste nuove generazioni pensano alla ‘mafia’ in maniera diversa, non concepiscono più sistemi verticistici: per capirci, un capo alla Provenzano non sarebbe più possibile. Non ragionano nemmeno più in base al Paese di provenienza, loro sono cittadini del mondo ed è quello che vogliono conquistare. Ho parlato a lungo con uno di questi ragazzi, un cinese che studiava economia e lui era molto critico verso la tradizione da cui proveniva, addirittura non si percepiva ‘violento o criminale’. Adesso vogliono fare soldi infiltrandosi sempre più in profondità dentro i canali ufficiali della società e degli affari, stringono rapporti sempre più saldi con i politici e soprattutto con le grandi aziende. Agiscono e si muovono come se fossero multinazionali. La storia del legno di Chernobyl che ho raccontato nel libro è vera: in Slovenia fanno bare con materiali radioattivi”.



Tutti i personaggi di Respiro corto, come già per i suoi precedenti, sono segnati da un cinismo, da una cattiveria quasi esemplari. Ma tutti raccontati senza giudizi. Come fa a tenere il registro di questo “terzo occhio letterario” così lucido?

“Innanzi tutto credo non sia compito mio, dello scrittore, dare giudizi. Per raccontare il male in maniera efficace devi farlo il più oggettivamente possibile. Da anni ormai animo questi personaggi: non hanno mai un dubbio, mai un’attenuazione della loro lucida ferocia. La loro evoluzione è un’evoluzione verso il male: sono sempre peggio e sono sempre più bravi a mimetizzarsi. Nel corso del tempo mi sono stupito della reazione dei lettori a questo o a quel personaggio: per esempio mi chiedo come possa piacere alle donne Giorgio Pellegrini (il cattivo di Arrivederci amore ciao e di Alla fine di un giorno tranquillo, ndr)”.

Un altro elemento chiave è la crisi economica mondiale.
“La crisi colpisce tutti e dunque anche le attività criminali, costringendo le organizzazioni a modificare le loro azioni, i loro investimenti, ad espandersi verso nuovi territori. Ma la crisi ha fatto qualcosa di più profondo, qualcosa di più pericoloso all’interno della società”.

Cosa?
“Ha inciso profondamente nelle dinamiche interne della società, ne ha cambiato la struttura stessa: il nuovo fenomeno che ci troviamo ad affrontare è quello di chi delinque per un tempo limitato. Devo pagare i debiti: faccio per tre mesi il corriere della droga. Devo comprare l’auto nuova: truffo la Finanza con false fatturazioni e via dicendo. La corruzione è aumentata per questo motivo e ora è a livelli impensabili persino prima di Mani Pulite: c’è gente che va in giro con il cartello: compratemi. Ed è cambiata anche la percezione degli altri. Una volta ti dovevi nascondere, adesso troviamo intercettazioni telefoniche dove le mogli fanno i complimenti al marito corrotto e insieme ai figli fanno la lista dei beni di lusso che vogliono. Poi c’è la cocaina, mai così diffusa e mai così trasversale: ci sono città, penso a Padova ma in genere a tutto il Nordest, dove il consumo è così massiccio da far pensare quasi ad una trasformazione chimica del tessuto sociale”.

Altro tema: l’immigrazione. Con i poveri tra i poveri ostaggio delle mafie.
“Infatti, il nodo è questo. Non si parla del fenomeno dell’immigrazione in genere e delle sue dinamiche complesse su cui la politica deve lavorare, ma dei migranti usati come truppe, come carne da macello dalle organizzazioni criminali. L’ho visto nel Nordest con l’arrivo degli albanesi prima, poi degli uomini della ex Jugoslavia e infine con rumeni e bulgari. Queste sono ondate enormi che hanno una capacità fortissima di colpire e spazzano via tutti gli anticorpi: a partire dalla solidarietà”.

Con una realtà così complessa e in continua evoluzione, il noir è ancora uno strumento adatto di comprensione?

“Penso che a questo genere vada dato il grande merito di avere anticipato con precisione e lungimiranza alcuni aspetti della degenerazione attuale: soprattutto economica ma anche di valori. Ora, la complessità della fase storica richiede però anche altri contributi, non può essere delegato tutto solo al noir: dai saggi alla fantapolitica alla docufiction serve lo sforzo di tutti. A me comunque al di là delle etichette interessa raccontare il conflitto in atto e come questo insieme alla crisi stia cambiando in profondità le nostre vite”.

Il suo romanzo non ha un happy end. Ma, allo stesso tempo, per la felicità degli appassionati sembra lasciarsi aperta la porta per un sequel. È così?
“Certo la storia e i personaggi mi hanno conquistato, molto dipenderà dai lettori. Il futuro è nelle loro mani”.

Massimo Vincenzi (da La Repubblica)

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