I 90 anni di Beppe Fenoglio

«Circa i dati biografici, è dettaglio che posso sbrigare in un baleno. Nato trent’anni fa ad Alba (1 marzo 1922) – studente (Ginnasio-Liceo, indi Università, ma naturalmente non mi sono laureato) – soldato nel Regio e poi partigiano: oggi, purtroppo, uno dei procuratori di una nota Ditta enologica. Credo che sia tutto qui. Ti basta, no?»

Così Beppe Fenoglio si raccontava, o meglio, si riassumeva in una lettera a Italo Calvino del 6 febbraio 1952.


Oggi Fenoglio avrebbe compiuto 90 anni, e nei suoi dati biografici compaiono alcune tra le opere più grandi del Novecento italiano.

Per ricordarlo, pubblichiamo qui in esclusiva un estratto dall’Introduzione di Gabriele Pedullà al volume Beppe Fenoglio – Tutti i romanzi, che uscirà in primavera negli ET Biblioteca.

***

«Il triangolo del desiderio non sta a cuore che ai drammaturghi da vaudeville e ai romanzieri di genio». Questo giudizio di René Girard sembra adattarsi al caso di Fenoglio, «romanziere di genio» (senza alcun dubbio), ma soprattutto incomparabile architetto di complicate geometrie narrative, nelle quali proprio al triangolo viene assegnato un ruolo particolare. Milton ama Fulvia che ama Giorgio, che è il migliore amico di Milton; Milton cerca di catturare un fascista per ottenere la liberazione di Giorgio, il quale è il solo a potergli confermare la verità dei suoi peggiori sospetti sui due: nei suoi elementi fondamentali la trama di Una questione privata (l’esempio più lampante di un atteggiamento presente anche altrove) si presta perfettamente a una descrizione per vettori del desiderio, linee di forza, campi di tensione. Un romanzo non solo formalizzabile, ma quasi in partenza formalizzato.

Per comprendere l’ossessione geometrica di Fenoglio bisognerebbe forse partire dai suoi goffi tentativi teatrali giovanili, La voce nella tempesta e Serenata a Bretton Oaks, che sono assai meno casuali di quello che la loro scarsa qualità ha indotto a credere. Non soltanto il triangolo amoroso che essi cercano di mettere in scena anticipa nei tratti fondamentali la trama di Una questione privata, ma è la stessa concezione drammaturgica dell’azione che avrà un’influenza determinante sulla pratica romanzesca di Fenoglio. Sul palcoscenico attrazioni e repulsioni assumono una pregnanza visibile, si manifestano cioè non solo nelle battute di dialogo, ma anche negli spostamenti degli attori, nei gesti, nei cambiamenti di illuminazione, che servono ad identificare, immediatamente ma soprattutto concretamente, i poli della contesa a partire dai quali si svilupperà la vicenda. Ogni futuro movimento romanzesco è determinato dalla disposizione geometrica dei futuri contendenti, individuali o collettivi (ancora una volta una partita a tre: fascisti contro badogliani e garibaldini), e dalle relazioni di rifiuto e desiderio che a partire da questa si instaurano tra di loro. Persino l’elemento “barbaro” di Fenoglio, che negli anni Cinquanta lo fece scambiare a taluni per un neo-verista attardato, può essere considerato nient’altro che il risultato di questa sua curiosità per i meccanismi più elementari dell’attrazione e della repulsione. La contrapposizione tra amici e nemici ha anch’essa in questo senso una radice geometrica e teatrale. Tuttavia, allo stesso tempo, Fenoglio guarda al teatro come a una perenne minaccia.

I suoi autori preferiti (gli elisabettiani) gli hanno insegnato che la scena è il paradiso della maschera e della falsità: l’origine (e insieme la metafora) di ogni inganno. Il teatro, dove le parole sembrano fatte apposta per occultare le trasparenti strutture del desiderio, rimane per Fenoglio un punto di riferimento ineludibile ma anche una minaccia alla quale sottrarsi. La tentazione allora è quella del monologo, anzi del mutismo dei protagonisti. Johnny, che sin dal principio è solo e non entra veramente in contatto con nessuno degli altri personaggi sperimenta il silenzio durante lo sbandamento del terribile inverno 1944; Milton, più semplicemente, sfugge al pericolo del vaudeville, perché il confronto continua ad essergli negato e sino alla fine non c’è nessuno che possa rispondere alle sue domande. Giorgio e Fulvia sono soltanto due fantasmi, due icone vuote, e in loro assenza l’unico dialogo possibile si rivela un’implacabile psicomachia con se stessi.

Nei romanzi di Fenoglio il palcoscenico è riluttante a riempirsi e ad accogliere altri comprimari. Essi ci sono, perché sennò il racconto non potrebbe andare avanti, ma in qualche modo la loro influenza sul protagonista rimane assai limitata: Johnny e Milton muoiono non tanto sotto il fuoco dei fascisti, quanto perché hanno preso coscienza della ineluttabilità della propria condizione. Prima di essere uccisi molti dei personaggi principali dei romanzi di Fenoglio rinunciano a qualsiasi forma di scambio col mondo esterno e si trasformano in un puro occhio sul mondo che non parla e a stento ancora agisce. Mai drammaturgia è stata più solipsistica e al contempo anti-teatrale.

Oltre alle complesse geometrie del desiderio e alla linea retta (e in fondo immobile) tracciata dal personaggio fenogliano nel suo percorso di ricerca di sé, c’è però almeno un terzo vettore che si aggiunge a complicare la meccanica dei suo romanzi: il vettore della Storia collettiva. I tre tracciati si sovrappongo, si scontrano e spesso incrociandosi modificano i rispettivi corsi. Ne Il partigiano Johnny l’obiettivo è precisamente quello di portare a coincidere la direzione di questo “io” con questo “noi” più ampio, anche se progressivamente si apre una voragine sempre più profonda tra la fedeltà di Johnny alla propria missione di partigiano e le finalità collettive della sua militanza; in Una questione privata invece la coincidenza progetto individuale e politico viene affermata subito come un postulato (Milton fa la guerra per rivedere Fulvia), ma è proprio attraverso questa frettolosa sovrapposizione che i fantasmi del passato potranno prendere nuovamente il sopravvento facendo tremare l’intero edificio.
E finendo per mettere in dubbio allo stesso tempo la solidità di una vocazione ascetica e la consistenza di una prima persona plurale insidiata dall’autarchia del desiderio.

Gabriele Pedullà

(da http://www.einaudi.it)

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