Pietro Citati / Orhan Pamuk

Romanzieri ingenui e sentimentali di Orhan Pamuk (Einaudi, traduzione di Anna Nadotti, pp. 146, 18) è un libro incantevole per candore e freschezza. Sebbene Pamuk abbia scritto romanzi complicatissimi e possegga una cultura sterminata, in queste lezioni egli conserva la condizione del ragazzo quindicenne o diciottenne o ventenne, che per la prima volta legge Guerra e pace, I demòni o la Recherche, e si perde completamente nella lettura. Come allora, per lui esiste solo il romanzo che, febbrilmente, scorre e si agita tra le sue mani. Leggere, per lui, è la felicità: scrivere, per lui, è una felicità ancora più folta e brillante, che lo nutre e lo possiede completamente. Si direbbe che debba ancora crescere, e imparare che la letteratura è anche l’applicazione, la fatica, la difficoltà, la pena e ci getta in una angoscia che ci salva dalla disperazione assoluta.

Quando Pamuk legge un romanzo, gli accade quello che gli accadeva da ragazzo. All’improvviso – le sue mani hanno appena toccato la pagina tre del libro – abbandona la vita quotidiana: tutte le cose che vedeva e sentiva fino a quel momento, scompaiono: non avverte più la poltrona dove sta seduto, la stanza piena di tappeti turchi, il grido dei ragazzi che giocano a palla nelle strade di Istanbul, il fischio dei battelli in lontananza; e sopratutto perde se stesso, quel se stesso di cui era prigioniero fino a un istante prima.

Gli sembra di sognare: vede il mondo cogli occhi dei personaggi di Cime tempestose o di Anna Karenina; passeggia nei paesaggi che essi frequentano. Non ha nessuna importanza che il suo libro non racconti cose straordinarie: Madame Bovary e l’Education sentimentale narrano vicende di tutti i giorni; eppure se il soffio del romanzo comincia a muovere la realtà, entriamo in un altro mondo dal quale non vediamo più il mondo dell’abitudine. Tutti i suoi sensi sono all’opera: vista, odorato, udito, gusto, tatto; e tutte le sue fibre vivono nel romanzo che sta imparando a conoscere.

C’è un senso che Pamuk preferisce: la vista. Non ci meraviglia, perché era il senso che i Greci anteponevano a tutti gli altri. Forse, la vista di Pamuk non è quella greca: ma quella orientale, sopratutto quella persiana, che ha prodotto nei secoli migliaia di minuscole, meravigliose miniature, che lui, in fondo all’anima, preferisce alla pittura europea, verso la quale continua a provare una specie di diffidenza. Così adora Guerra e pace e Anna Karenina, quasi tutti i romanzi di Dickens e di Thomas Hardy, e quella prodigiosa combinazione di vista e odorato che è la Recherche, nella quale si vedono i profumi. Spesso prova una specie di invidia per i pittori, anche occidentali: vorrebbe essere Van Eyck, Giovanni Bellini, Pontormo, Poussin, Chardin, Monet, fusi in una specie di affresco mostruoso.

Qualche volta è ingiusto:I demòni di Dostoevskij né Il castello di Kafka sono romanzi visivi. Sono romanzi scritti, per così dire, con l’occhio della mente: eppure non possiamo uscire indenni dalla lettura dei Demòni o del Castello. Forse Pamuk vede con eccesso: la realtà non è, per lui, una quantità infinita di minimi tocchi visivi, che alla fine formano un paesaggio o un panorama. La realtà è un archivio: migliaia, decine di migliaia di oggetti e di quadri si affollano come al Victoria and Albert Museum, all’Hôtel de Cluny o agli Uffizi. Tutto diventa archivio: la fermata dell’autobus in fondo alla via, il giornale che leggo, un film che amo, la vista del tramonto dalla mia finestra, il tè che bevo, il vicolo in cui cammino a Istanbul. Attraverso un imbuto mentale, possiamo rovesciare nella vasta sacca del romanzo elenchi e inventari, orari delle ferrovie, poesie, commenti alle poesie, commenti di commenti, riassunti di altri romanzi, saggi storici e scientifici, testi filosofici, favole, digressioni, aneddoti: il romanzo accoglie qualsiasi cosa, anche l’irreale, l’inverosimile, l’impossibile, e tutto ciò che appartiene al regno dei cieli.

Mentre legge, Pamuk compie una singolare operazione: si chiede quanta parte del romanzo rifletta i pensieri e le sensazioni del narratore e quanta parte la realtà che egli ha osservato: quali pagine, per esempio, di Madame Bovary o di Delitto e castigo risalgano senza intermediari alla mente di Flaubert e a quella di Dostoevskij. Quanto a me, credo che, se un romanzo è riuscito, la proiezione dei pensieri di Flaubert e di Dostoevskij in quelli di Emma Bovary e di Raskòlnikov sia inavvertibile, perché autore e personaggio fanno uno, e il lettore si abbandona felice a questa fusione miracolosa. Se mai qualcosa di simile può avvenire nella seconda o terza o quarta lettura del libro, che rappresenta un’esperienza meno originaria della prima lettura, nella quale ci impossessiamo del romanzo o, per meglio dire, diventiamo il romanzo. Allora, nelle letture successive, possiamo scomporre e suddividere il processo di metamorfosi, che ha trasformato la mente di Flaubert e di Dostoevskij nelle menti dei loro personaggi.

Pamuk ricerca il centro di ogni romanzo: quel punto invisibile, dal quale tutto il libro è sgorgato e che continua a contenerne il segreto. Ma esiste davvero il centro di un romanzo? Credo che tutto il romanzo sia centro: i personaggi principali, quelli minori, i paesaggi, i capitoli, le immagini, persino i punti e i punti e virgola. Eppure, in parte Pamuk ha ragione. Il vero lettore non legge mai il libro apparente, che splende in superficie, ma il libro segreto, che sta nascosto negli strati più profondi, come negli strati successivi di una torta. Il lettore lavora nel buio, a tentoni, a tastoni, illuminato soltanto da una piccola lampadina portatile. Se vuole capire, le formule rapide e lusinghiere non gli servono a molto. Laggiù ogni cosa è così piccola, così delicata, così fragile. Con la sua lampadina portatile, il lettore segue il significato di ogni elemento, i rapporti che si stabiliscono tra gli elementi, le associazioni e le combinazioni e le corrispondenze, le trasformazioni e le condensazioni del materiale.

Una cosa sola manca, nel delizioso libro di Pamuk. Non parla mai del ritmo dei romanzi, mentre esso è l’ispirazione temporale che li sostiene. Ogni grande romanzo è nato dall’invenzione di un ritmo, che può essere lentissimo, lento, moderato, frastagliato, spossato, veloce, velocissimo. Senza l’invenzione di un ritmo, Manzoni non avrebbe scritto I promessi sposi, Stevenson L’isola del tesoro, Henry James Le ali della colomba. Il lettore non fa che seguirli nella mente: li intuisce, li fa propri, li fa rinascere in se stesso, provando, ogni volta, una forma diversa di beatitudine temporale

(da Corriere della Sera)

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