Don DeLillo: I RACCONTI

PRESTO DA EINAUDI

Roberto Bertinetti / DeLillo e quell’oscuro senso di fatalità

Si intitola «The Angel Esmeralda» la prima raccolta di racconti pubblicata da Don DeLillo, apparsa venerdì scorso negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Lo scrittore americano ha deciso di riunire nove vicende composte tra il 1979 e il 2011: alcune erano giù uscite su piccole riviste, altre sono inedite.

Per ragioni che John Banville sul Financial Times ha definito «incomprensibili ai comuni mortali, forse esoteriche», il volume è composto da tre parti: due storie nella prima, tre nella seconda, quattro nella terza. Non ci sono, comunque, suddivisioni di ordine cronologico oppure tematico e DeLillo non offre alcun indizio sui motivi della scelta. Il tratto comune è costituito dallo stile: ancora una volta dominano l’influenza del «nouveau roman» francese e l’estetica del postmoderno, movimento di cui DeLillo è uno dei padri fondatori nell’ambito della narrativa di lingua inglese.

I temi affrontati in «The Angel Esmeralda» sono ben noti agli estimatori del narratore: un oscuro senso di fatalità che attraversa le esistenze più anonime intrecciandole alla grande Storia, l’angosciosa moltiplicazione delle immagini del reale ad opera dei media, la precarietà di ogni vita. A volte il tono è drammatico, ma la raccolta nel complesso è all’insegna di una surreale comicità. Come in «The Starveling», con un protagonista che trascorre gran parte del suo tempo nei cinema per decenni. E quando un amico gli chiede ragione di questa insolita ruotine risponde: «le giornate sono tutte uguali, i film certamente no». In «The Runner», invece, un uomo attraversa di corsa un parco scrutando i movimenti furtivi di un gruppo di incappucciati quindi torna a casa senza aver compreso che stanno commettendo un crimine. La violenza segna anche «The Angel Esmeralda» – il punto di partenza è l’omicidio di un bambino – e «Baader-Meinhof», dove una mostra in una galleria d’arte permette a una donna di ricostruire le gesta della banda terroristica tedesca e di fantasticare su una possibile replica degli stessi attentati in un’America già sconvolta dagli attacchi dei fondamentalisti islamici.

Uno dei racconti («Midnight in Dostoevskij») sembra una sorta di manifesto estetico, prezioso per far luce sull’idea di letteratura cara a DeLillo. Il personaggio principale è un docente di logica che nel corso di una lezione spiega agli studenti: «Tutto quello che accade ha un senso, ma nonostante gli sforzi di centinaia di filosofi nel corso dei secoli non siamo ancora riusciti ad afferrare il bandolo della matassa della vita». Parole che ricordano quelle pronunciate dallo scrittore dopo l’uscita del suo romanzo «L’uomo che cade», in cui trovava spazio la tragedia dell’11 settembre: «Ho voluto raccontare al mondo una favola triste – disse allora – per dar conto della fragile precarietà che ci tormenta e del nostro disperato, ma testardo, tentativo di costruirci un’identità solida a dispetto del disordine che ci circonda».

I racconti di «The Angel Esmeralda», hanno sottolineato i critici statunitensi e britannici, offrono un’ottima sintesi della narrativa di DeLillo: ogni vicenda ha origine da un evento di portata storica di cui vengono esaminate le ricadute nel quotidiano, illuminando così i destini di uomini e donne che al lettore offrono, attraverso i loro gesti e le loro idee, la chiave per provare a comprendere il senso complessivo di una caotica contemporaneità.
Non mancano, poi, riferimenti alla matematica, disciplina da sempre cara a DeLillo e al centro di «La stella di Ratner», un romanzo del 1976 da poco tradotto per la prima volta in Italia (Einaudi, 479 pagine, 24 euro). In questo libro Billy Twillig, genio precoce capace di vincere un Nobel ad appena quattordici anni, viene rapito da agenti di un paese non precisato e condotto in una località asiatica senza nome per decifrare un mistero: il significato di un segnale radio inviato da una lontana stella che si chiama, appunto, Ratner. E’ possibile che i numeri del segnale celino un messaggio inviato da un’intelligenza aliena che desidera un contatto? E, in caso di risposta positiva, come inviare una replica comprensibile?

Una chiave per comprendere il libro ci viene offerta da un discorso di Henrik Endor, uno dei maggiori scienziati viventi che incontra Billy dopo aver fallito nel tentativo di decifrare l’enigma. «La matematica – gli spiega – è l’unica forma di avanguardia rimanente nell’intera provincia delle arti. E’ arte pura, ragazzo. Arte, scienza e linguaggio insieme. Perse le sue ali dopo la scomparsa dei babilonesi. Ma emerse di nuovo con i greci. Andò giù nell’età oscura. Musulmani e indù la fecero andare avanti. E ora, per fortuna, è tornata più luminosa che mai». Portare la matematica in letteratura e viceversa: è questo l’intento di DeLillo, una scommessa difficile e rischiosa che tuttavia riesce a vincere in virtù di una straordinaria abilità tecnica. Che poi quella privilegiata da DeLillo sia la strategia migliore per riassumere le paure dell’America di oggi, o abbia invece ragione Jonathan Franzen quando in «Le correzioni» e in «Libertà» dilata invece di distillare è solo una questione di gusti letterari. Ma è a queste opere che occorre guardare per capire le cause della fragorosa rivoluzione antropologica, sociale e politica di un paese che, precisa De Lillo, «ha perso la capacità di immaginare il futuro e subisce le conseguenze di un’eccessiva fiducia riposta nella tecnologia e nel capitalismo».

(da Il Messaggero)

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