Marco Franzoso / Il bambino indaco

Elena Stancanelli / QUELLA MADRE OSSESSIONATA DALLA PUREZZA

Il nuovo romanzo di Marco Franzoso – Il bambino indaco, pubblicato da Einaudi – inizia dalla fine, dopo che tutto è già accaduto. In terra, i resti di un massacro. Quello che resta dopo la resa dei conti finale tra due donne, incastrate per motivi opposti in un destino che ammetteva un’ unica soluzione. Perché qualcuno potesse salvarsi, qualcuno doveva sparire. E doveva farlo proprio in quel momento, che solo un attimo dopo sarebbe stato troppo tardi.

Spettatore annichilito della scena, Carlo, voce narrante della storia, da lì ricorda. Ripercorre passo passo gli ultimi quattro anni, partendo dal momento in cui lui e Isabel, che sarebbe diventata sua moglie, si sono conosciuti. Quando lei lavorava in un’ erboristeria nella vicina Treviso e una comune amica, convinta che loro due erano fatti l’ uno per l’ altra, aveva organizzato un appuntamento al buio. Nei buoni libri niente viene a caso. A pensarci bene la differenza più evidente tra la buona e la cattiva letteratura è proprio quel senso di necessità che si percepisce fin dalle prime righe, se niente, neanche una parola, sembra essere sostituibile. Così quella frase apparentemente innocua, che sembra lì per identificare una pratica molto diffusa, «appuntamento al buio», mi appare come un presentimento e insieme la nota su cui si intona l’ intero romanzo. Un uomo e una donna si incontrano, cenano insieme, si piacciono. Cosa c’ è di più semplice che innamorarsi? Cosa c’ è di più pericoloso? Lo facciamo, quasi tutti, e spesso più di una volta nella vita.

Ne ricaviamo quel piacere che avevamo intravisto e quasi sempre una quantità uguale e contraria di dolore negli anni che seguono. Consegnare la propria vita nelle mani di uno sconosciuto – la cui unica referenza è il desiderio, l’ attrazione che proviamo per lui – è il modo in cui il nostro tempo declina il sostantivo amore, e persino famiglia. Un buio, quello dell’ innamorarsi e cedere all’ oblio, che è speculare e addirittura figlio di un’ altra ossessione, anch’ essa sintomo e prodotto di questi nostri anni nevrotici: l’ abbandono della razionalità, la ricerca di qualche astrusa saggezza attraverso rituali grotteschi e infidi.

Un’ opacità che si posa sulle nostre esistenze, e le avvolge, fino a stritolarle. Dalla quale non sappiamo difenderci perché si presenta sotto le spoglie innocue, e addirittura salutari, dell’ unico nostro idolo rimasto in piedi: la purezza. La strenua ricerca del cibo più puro, l’ amore più puro, il comportamento più puro. La contaminazione è il nemico, il feticcio invisibile contro il quale scagliamo la nostra malata energia. Di tutti questi bui, penso, racconta alla fine il bel romanzo di Franzoso. Questo progressivo annebbiamento della coscienza, attraverso piccoli dissesti, quasi invisibili crepe, cambi di umore. Un disastro alla portata di ognuno di noi, l’ apocalisse dietro l’ angolo. La storia tra Isabel e Carlo inizia piano, con grazia e bellezza. Fine settimana a letto, colazioni, passeggiate. La scelta di andare a vivere insieme, di costruirsi una vita l’ uno accanto all’ altra, di fare un figlio. Ma durante la gravidanza Isabel comincia a cambiare, la sua mente si sperde in pensieri sbagliati, vacilla.

Quando il figlio nasce, la situazione precipita. I bambini indaco, secondo la teoria della parapsicologa Nancy Ann Tappe, sarebbero bambini speciali, dotati di poteri eccezionali, capaci addirittura di comunicare con gli angeli. Entità in bilico tra l’ umanità e chissà cosa, gracili ma potentissime creature la cui educazione necessità però di particolare cure. Una madre che riconosca nel proprio figlio questa particolare colorazione dell’ aura, sostiene la cultura new age e tutto un cialtronismo pseudo-scientifico, ha il compito di accompagnarlo, ad ogni costo, verso il suo destino luminoso.

Centro nevralgico dell’ addestramento del bambino indaco è, ovviamente, il regime alimentare. Il romanzo di Franzoso ha un pregio raro: centra il bersaglio.E lo fa con una tale esattezza che, come la pallina del flipper ben indirizzata, fa suonare di colpo tutti i campanelli e spalanca le porte. Racconta, a partire da un’ esistenza qualunque, un dolore che non possiamo far altro che riconoscere, quasi una malattia del nostro tempo. Marco Franzoso lavora da semprea una personale tassonomia del presente. Dopo aver esordito, alla fine degli anni Novanta, con Westwood Dee-jay (Dalai editore) monologo tragicomico, scritto in dialetto veneto, di un trashissimo deejay «di tendensa», pubblica un romanzo Tu non sai cos’ è l’ amore, storia di una donna che abbandona la famiglia inseguita da un malessere incomprensibile. Al quale seguono due libri, curati insieme allo scrittore Romolo Bugaro: una raccolta di racconti, I nuovi sentimenti (scrittori maschi che parlano d’ amore) e un’ indagine, attraverso accuratie commoventi reportage-narrativi, sul femminile, Ragazze del nord-est, entrambi pubblicati da Marsilio. Sempre attento a non condannare, impegnato, come ogni scrittore dovrebbe, ad osservare senza assolversi, ben piantato nel mezzo della catastrofe. Continuamente chiedendosi, come Carlo, il protagonista de Il bambino indaco: che cosa ho trascurato, quali indizi avrebbero dovuto rivelarmi quello che stava per accadere?

(da La Repubblica)

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