Philip Roth / GOODBYE, COLUMBUS

Uno stralcio da Goodbye, Columbus di Philip Roth

Le nozze. Fatemi cominciare dai parenti. C’era il lato della famiglia della signora Patimkin: sua sorella Molly, una gallinella popputa con le caviglie gonfie che le formavano un anello sopra le scarpe, e che avrebbe ricordato il matrimonio di Ron se non altro perché si era massacrata i piedi nelle scarpe con una di nome Bea alla quale nessuno pareva rivolgere la parola.

Bea continuò a saltellare su e giú durante il pasto e a correre alla tavola dei piccoli a vedere se sua figlia, Sharon, era trattata bene. – Le avevo detto di non portare la bambina. Prendi una babysitter, ho detto -. Leo mi raccontò queste cose mentre Brenda ballava col testimone di Ron, Ferrari. – Cosa siamo, milionari?, mi fa lei. No, per carità, ma si sposa il figlio di Anticipiamo un brano di “Goodbye, Columbus” di Roth (Einaudi) Un testo del 1959 che uscì in Italia nel ‘ 60 e non si trovava più tacchi di otto centimetri, e il marito di Molly, Harry Grossbart, il ricco agricoltore di provincia che aveva fatto fortuna con l’ orzo e il granoturco ai tempi del proibizionismo. Ora faceva del volontariato al tempio e ogni volta che vedeva Brenda le dava una pacca sul sedere: una specie di contrabbando fisico che veniva fatto passare, immagino, per affetto familiare.

Poi c’ era il fratello della signora Patimkin, Marty Kreiger, il re dell’ hot dog kosher, un uomo immenso, con tanti stomachi quanti menti, e già, a cinquantacinque anni, con tanti attacchi cardiaci quanti i menti e gli stomachi sommati insieme. Era appena tornato da una terapia sui Catskill, dove,a quanto diceva, non aveva mangiato altro che bastoncini di crusca All-Bran, e vinto millecinquecento dollari a gin rummy. Quando il fotografo venne a fare il suo lavoro, Marty mise la mano sui seni a frittella di sua moglie e disse: – Ehi, che ne dite di una foto cosí?- Sua moglie, Sylvia, era una donna fragile e sottile con l’ ossatura di un uccellino. Aveva pianto per tutta la cerimonia e, anzi, singhiozzato apertamente quando il rabbino aveva dichiarato Ron e Harriet «marito e moglie davanti a Dio e allo stato del New Jersey».

Piú tardi, a cena, si era abbastanza rinfrancata per dare una botta sulla mano del marito mentre l’ allungava per prendere un sigaro. Però, quando lui si sporse per stringerle un seno, sembrò atterrita e non disse nulla. C’ erano poi le sorelle gemelle della signora Patimkin, Rose e Pearl, che avevano, tutt’ e due, i capelli bianchi, dello stesso colore delle Lincoln decappottabili, e voci nasali, e mariti che le seguivano ma parlavano solo tra loro come se, in realtà, le sorelle si fossero sposate tra loro, e i mariti pure.I mariti, che si chiamavano Earl Klein e Manny Kartzman, sedettero l’ uno vicino all’ altro durante la cerimonia,e anchea cena,e una volta addirittura, mentre l’ orchestra suonava tra una portata e l’ altra, si alzarono, Klein e Kartzman, come per ballare, e invece raggiunsero il fondo della sala dove insieme a lunghi passi misurarono la larghezza del pavimento. Earl, come appresi dopo, era nel ramo della moquette, ed evidentemente cercava di capire quanti soldi avrebbe fatto se l’ Hotel Pierre si fosse rivolto a lui per una fornitura.

Dal lato del signor Patimkin c’ era soltanto Leo, il suo fratellastro. Leo aveva sposato una donmio fratello, potrò fare un po’ di festa, no? Macché, abbiamo dovuto tirarci dietro la bambina. Aah, cosí adesso ha qualcosa da fare! -. Si guardò intorno. Sul palco Harry Winters (nato Weinberg) dirigeva la sua band in un medley da My Fair Lady; sulla pista ballava gente di tutte le misure, tutte le forme, tutte le età. Il signor Patimkin ballava con Julie, alla quale era scivolato il vestito dalle spalle scoprendo la piccola schiena morbida e il collo lungo, come quello di Brenda. Lui ballavaa piccoli passi e stava molto attento a non pestarle i piedi. Harriet, che a detta di tutti era una bellissima sposa, stava ballando con suo padre. Ron ballava con la madre di Harriet, Brenda con Ferrari, e io mi ero seduto per un po’ sulla sedia vuota accanto a Leo perché non mi toccasse essere invitato a ballare con la signora Patimkin, che sembrava il senso in cui andavano le cose. – Tu sei il ragazzo di Brenda? Eh? – disse Leo. Annuii: avevo smesso già da un po’ di dare imbarazzate spiegazioni. – È una pacchia, ragazzo, – disse Leo, – non fartela scappare. – È molto bella, – dissi io. Leo si versò una coppa di champagne, quindi attese come se pensasse ancora che si sarebbe formata la schiuma; quando questo non accadde, si riempí il bicchiere fino all’ orlo. – Bella, non bella, che differenza c’ è? Io sono un uomo pratico. Se sto in basso devo esserlo per forza. Se invece sei Ali Khan pensa pure a sposare le dive del cinema. Non sono nato ieri… Sai quanti anni avevo quando mi sono sposato? Trentacinque. Non capisco perché diavolo avessi tanta fretta -. Vuotò il bicchiere e tornò a riempirlo. – Ti dirò una cosa: in tutta la vita mi è capitata solo una cosa buona. Due, forse. Prima che tornassi dalla guerra mi arrivò una lettera di mia moglie: non era ancora mia moglie, allora. Mia suocera ci aveva trovato un appartamento a Queens. Sessantadue e cinquanta al mese, costava.

Ecco l’ ultima cosa buona che mi è capitata. – Qual era la prima? – Quale prima? – Lei parlava di due cose. – Non ricordo. Dico due perché mia moglie mi dice sempre che sono sarcastico e cinico. Così forse non penserà che mi credo tanto furbo. Vidi Brenda e Ferrari separarsi, e allora mi scusai e mi diressi verso di lei, ma proprio in quel momento il signor Patimkin lasciò Julie, e sembrava che i due cavalieri stessero per scambiarsi la dama. Invece si fermarono sulla pista da ballo, tutt’ e quattro,e quando li raggiunsi ridevanoe Julie stava dicendo: – Che c’ è di tanto buffo? – Ferrari mi disse «Ciao!» e si portò via Julie, facendola scoppiare in una risata. Il signor Patimkin aveva una mano sulle spalle di Brenda, e l’ altra si posò improvvisamente sulle mie. – Vi divertite, ragazzi? – disse. Stavamo ondeggiando, tutt’ e tre, al ritmo di Get Me to the Church on Time. Brenda diede un bacio a suo padre. – Sì, – disse. – Sono così sbronza che la mia testa non ha neanche bisogno del collo. – È un bel matrimonio, signor Patimkin. – Se avete bisogno di qualcosa chiedete a me… – disse il padre di Brenda, un po’ brillo pure lui. – Siete due bravi ragazzi… Sei contenta che tuo fratello si sposa? Eh? Che bambola! Brenda sorrise, e anche se evidentemente credeva che suo padre avesse parlato di lei, io ero sicuro che intendeva riferirsi a Harriet. – A te piacciono i matrimoni, papà? – disse Brenda. – Mi piacciono i matrimoni dei miei figli… – Mi diede una manata sulle spalle. – Voi due, volete qualcosa? Andate a divertirvi. Ricorda, – disse a Brenda, – tu sei il mio tesoro… – Poi guardò me. – Qualunque cosa voglia la mia Buck va bene anche per me. Non c’ è azienda così grande da non aver bisogno di un’ altra testa. Sorrisi, anche se non direttamente a lui, e alle loro spalle vidi Leo che ingollava champagne e ci guardava; quando incontrò il mio sguardo mi fece un segno con la mano, un anello col pollice e l’ indice, come a dire: – Così va bene, così va bene! Allontanatosi il signor Patimkin, Brenda e io ballammo stretti stretti, e ci sedemmo solo quando i camerieri cominciaronoa girare per la sala col piatto forte.

La tavolata era rumorosa, particolarmente alla nostra estremità, dove gli uomini erano tutti compagni di squadra di Ron, in uno sport o nell’ altro, e mangiavano un fantastico numero di panini. Tank Feldman, il compagno di stanza di Ron, venuto in aereo da Toledo, continuava a mandare il camerierea prendere panini, sedano, olive, sempre con grande gioia di Gloria Feldman, la sua squittente mogliettina, una ragazza nervosa e denutrita che abbassava continuamente lo sguardo al davanti del suo vestito come se sotto ci fossero dei lavori in corso.

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