Primo Levi conversazione con Enrico Lombardi

Il 1985 è un anno importante per Primo Levi. Viene dopo la scrittura e la pubblicazione del suo unico romanzo, Se non ora quando?, del 1982, premiato e anche ben accolto dal pubblico, e di cui non si è ancora spenta l’eco; inoltre, gli ha confermato, per la prima volta, di essere uno scrittore; la critica non l’aveva sin lì accettato come tale; per tutti era solo il testimone. In quegli stessi mesi Levi ha terminato, e forse ha già consegnato all’editore Einaudi, I sommersi e i salvati, l’ultimo suo libro pubblicato da vivo, la sua opera più importante, una delle più importanti della seconda metà del XX secolo.

Come spiega a Enrico Lombardi, giornalista della rete radiofonica svizzera, intellettuale e lettore colto, per l’ex deportato di Auschwitz scrivere è un piacere: gli dà gioia, lo fa senza alcun travaglio. Al ritorno dal Lager, poi, scrivere gli è servito a guarire dal disturbo che affiorerà di nuovo negli ultimi anni della sua vita, quelli tra l’84 e l’87; un malessere che ha trovato nell’ultimo decennio di vita di Levi modo di raffigurarsi nella figura dell’Antico Marinaio di Coleridge, che assilla passanti, uomini e donne festanti, sconosciuti e conosciuti, con il racconto del disastro a cui è sopravissuto.

Di tutto questo non sembra esserci traccia nell’intervista inedita concessa a Lombardi, e qui trascritta da un nastro (mancano le prime battute e il discorso comincia con Levi che parla); qualcosa tuttavia affiora qui e là. Ad esempio, Levi avanza qualche dubbio sul suo terzo mestiere, quello di testimone – il primo è il chimico, il secondo lo scrittore. Comincia in quel periodo a intravedere una forte distanza dai giovani. Ora – 1985 – Levi constata di avere l’età dei nonni dei ragazzi cui parla nelle scuole e nei convegni. Sente che quello che per lui è un aspetto emotivo, per loro, per i ragazzi, è solo un fatto storico, quindi lontano. Manifesta il timore di ogni testimone: che si perda l’immediatezza degli eventi cui ha partecipato, e dunque si sfibri la stessa voce che li trasmette.

La storia raffredda quello che invece lui, giovane dottorino torinese, ha vissuto in prima persona nel Lager. La storia mette a distanza. Fa una certa impressione vedere un Levi che comunica, seppur in modo molto contenuto, questa sua preoccupazione, proprio lui che è stato capace di scrivere un libro, Se questo è un uomo, che non sembra concedere molto all’emozione, o almeno che vive non certo su una corda emotiva bensì di riflessione. Ma non è così. In Levi l’emozione c’è sempre, ma filtrata da un aspetto linguistico, in primis, e da una forte capacità di concettualizzare. L’indignazione, sentimento oggi di moda, è ben presente in lui e si mescola al dolore nelle pagine del suo primo libro. L’indignazione non blocca la scrittura, ma l’alimenta e nel contempo smorza il dolore, o meglio lo trasforma in qualcosa d’altro. In quanto scrittore, come dice a Lombardi, egli sa di non avere un codice morale: “lo scrittore scrive come vuole”. La moralità nasce invece dal suo essere uomo. Il titolo del suo primo libro va letto anche in questo modo.

Levi abita due zone complementari, ma non sovrapponibili, dell’esperienza umana: lo scrittore e il testimone. Nel corso dell’intervista questa dicotomia emerge in modo continuo ed è proprio questo aspetto a rendere così interessante la sua posizione, sia di scrittore che di testimone.

 Marco Belpoliti

(da doppiozero)


 

(…) A partire dalla motivazione più eletta, e più nobile, fino a quella più disperata, che è quella di chi scrive perché ha contratto l’abitudine, anzi il vizio di scrivere, posso dire che ognuno dei miei libri è nato da una sollecitazione diversa, e poi mi pare di avere accennato in questo piccolo saggio che in generale le motivazioni non sono pure: è raro che un libro nasca da una sola motivazione, perlopiù ce ne sono due o tre o più, confluenti. Però… una cosa posso dirla: il mio primo libro, quello da cui sono emerso scrittore – Se questo è un uomo – è nato da una motivazione ben precisa, e cioè… il bisogno di scrivere. Le esperienze fatte, ciò che avevo sperimentato, visto, sentito ad Auschwitz, sofferto ad Auschwitz, aveva bisogno di scriversi. Scrivendolo avevo un’impressione curiosa: che fosse il libro che scrivesse me, invece di essere io a scrivere il libro, cioè che nascesse per forza propria.

Che cosa è successo al momento in cui questo libro… insomma è nato… è forse che in una qualche misura si è liberato dell’oppressione di quel ricordo?

Senza dubbio sì. Io sono tornato dalla prigionia in condizioni di salute buone, però profondamente turbato – turbato e disturbato. Vivevo molto male… e vivevo male proprio per questo bisogno quasi patologico di liberarmi da quest’esperienza. E, a libro scritto, sono stato molto meglio; anzi mi sono sentito reinserito nella mia qualità di uomo normale, di cittadino, che aveva oltre tutto adempiuto – a parte questa mia liberazione interiore – a un dovere civico che era quello di portare testimonianza: sono stato fra i pochi in Italia che hanno portato testimonianza.

Qual è stato il travaglio, diciamo così, compositivo del libro? Perché immagino che un’esperienza talmente tragica o drammatica come quella che lei ha vissuto non possa essere immediatamente trasposta sulla pagina, abbia bisogno, come sempre quando si scrive, di una sorta di filtro… In questo caso, con tale urgenza alle spalle di dire, di testimoniare, com’è avvenuto questo travaglio della scrittura?

I capitoli fondamentali di questo libro, che sono anche i migliori a mio parere, non hanno comportato nessun travaglio. È stata una cosa abbastanza strana, perché era sostanzialmente la mia prima esperienza di scrittura. Probabilmente è successo questo – adesso sono passati quarant’anni e quindi il ricordo è un po’ vago… Li avevo… collaudati, questi racconti, verbalmente, raccontandoli a voce, e avevano acquisito una certa forma, come avviene quando si racconta una vicenda: ci si arriva per successive approssimazioni… E, quando mi sono accinto a scriverle, queste cose avevano già assunto una loro forma, non vorrei dire letteraria… una forma narrativa, già consolidata. Non ho avuto nessun travaglio. Anzi, ricordo come ore liberatorie, come ore felici, quelle in cui scrivevo queste pagine: e le ho scritte in condizioni disagiate, le ho scritte in treno, in tram, addirittura nella fabbrica in cui lavoravo, nell’intervallo di mezzogiorno invece di riposarmi, tanto era urgente il bisogno di scriverle.

Di questo libro – Se questo è un uomo – lei ha avuto occasione di parlare in numerosissime occasioni e molto spesso è stato invitato anche nelle scuole, ad esempio, a ripercorrere quell’esperienza. Cos’ha significato e come ricorda quei suoi incontri con i giovani?

Gli incontri con i giovani si scaglionano oramai su una trentina d’anni, perché il libro, come forse lei sa, è rimasto in stato di… semivita – di semimorte – per dieci anni. È stato pubblicato una prima volta in 2.500 copie, di cui metà sono andate perdute, ed è rinato soltanto dieci anni dopo, nel ’57-58… È a partire da allora che ha avuto una certa diffusione ed è stato poi anche pubblicato in forma… come testo scolastico, cioè con note a piè di pagina. È solo da allora, cioè circa dal ’61-62 mi pare, che ho avuto un contatto con i lettori studenti. E, dopo di allora, ne ho avuti tanti. Tanto da percepire una continua variazione nel come il libro viene recepito. Quando ho avuto i primi contatti coi miei lettori studenti, erano, non dico dei miei coetanei, ma io ero ancora giovane e avevo l’età dei loro padri e madri. Gli eventi della Seconda guerra mondiale facevano parte della memoria famigliare, e quindi la partecipazione emotiva dei ragazzi era molto più forte. Adesso, io ho l’età dei loro nonni, e me ne accorgo. Mi accorgo che l’interesse c’è, ma è spostato. È un interesse… direi storico, ancora emotivo, ma come si partecipa emotivamente a fatti molto lontani, a fatti che appartengono non più alla storia familiare ma alla storia tout court, alla storia che si legge nei libri di storia. E quindi il contatto è più difficile.

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