Paolo Di Stefano / Il “torto” di Einaudi. Guardare al futuro

È stato ricordato questo mese Giulio Einaudi, nel centenario della nascita. Quasi in contemporanea sono usciti i Verbali del mercoledì, con le discussioni delle riunioni editoriali tra il 1943 e il 1952. Quando si parla di Einaudi, si formano in genere due partiti: da una parte i suoi fautori che ne esaltano il genio editoriale e dall’altra i suoi detrattori, i quali ne ricordano subito le travagliate vicende economiche che portarono negli anni 80 all’amministrazione controllata. Ambedue gli schieramenti hanno le loro buone ragioni: anche una casa editrice di cultura dovrebbe preoccuparsi dei conti e dei bilanci. Certo, bisognerebbe ricordare che a quei tempi gli interessi bancari, superiori al 15 per cento, erano diventati insostenibili e che questa fu essenzialmente la ragione della débâcle per un’azienda priva di capitali propri.

Bruno Pischedda, in un ampio articolo di domenica sul Sole 24Ore ha posto l’accento sulla necessità di mettere in luce, accanto agli aspetti intellettuali, anche i criteri della gestione finanziaria. Se si vuol fare storia dell’editoria non si può evitare di fare storia economica. Come dargli torto? Però, ci sono alcune obiezioni che potrebbero scoraggiare lo speciale accanimento su questo versante. Primo, è curioso che in un Paese che ha visto numerose grandi aziende chiedere e ottenere molteplici sostegni pubblici, l’attenzione si concentri con tanta pervicacia su un’iniziativa di cultura. La quale, a differenza di tante altre che, con interventi speciali dello Stato, hanno lasciato in eredità anche inquinamento e devastazione ambientale, ha favorito il progresso civile della collettività.

Secondo, se di bilanci si vuol parlare, non bisognerebbe ignorare che i bilanci, anche economici, in campo editoriale sarebbe corretto farli sulla lunga gittata: e proprio sul lungo corso, l’Einaudi ha procurato guadagni stratosferici con i suoi autori, guadagni spesso incassati da altri. Vedi il Calvino attuale, che procura notevoli entrate alla Mondadori grazie al coraggio e alla fiducia iniziale della Einaudi di Giulio. E come Calvino tanti altri. Per definizione un editore dovrebbe guardare al futuro. Il torto di Giulio Einaudi è di averlo fatto anche troppo. Se Einaudi avesse ragionato sui bilanci mensili, molti degli autori oggi più letti nelle scuole e più venduti in libreria sarebbero naufragati nell’anonimato. Terzo, l’editoria di cultura in Italia ha sempre avuto enormi difficoltà: diversamente, case editrici gloriose come la Garzanti, la Bompiani, la Marsilio, l’Adelphi sarebbero rimaste indipendenti, mentre oggi si trovano sotto cappelli più capienti. E anche altre, come Laterza e Boringhieri, hanno avuto i loro problemi seri. In Germania, in Francia, in Inghilterra le editrici equivalenti all’Einaudi non hanno avuto le stesse difficoltà per ragioni sistemiche: si tratta di Paesi in cui i lettori non sono truppe sparute come da noi. Quel che si rimprovera a Einaudi, in definitiva, è di aver contribuito (a suo modo, certo) a migliorare la società e la civiltà di un Paese. Anche a costo di brutti imprevisti. È questo il bilancio globale. O no?

(da Corriere della Sera 24 gennaio 2012)

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