Un ricordo di Carlo Fruttero

Carlo Fruttero (Torino, 19 settembre 1926 – Castione della Pescaia, 15 gennaio 2012)

il ricordo                                                                                                                                     Maurizio Crosetti / LA PREVALENZA DEL MARZIANO

Era un inglese con l’accento sabaudo, era un marziano di quelli tanto amati ai tempi di “Urania” e delle “Meraviglie del possibile”, creature verdi con le antenne e gli occhi enormi e curiosi: gli stessi che possedeva, custodiva e accudiva lui, Carlo Fruttero, l’altra metà di Lucentini. Quando morì, suicida, il suo sodale e fratello, venne a cadere anche la “&” più famosa della letteratura italiana. Da quel giorno, Fruttero & Fruttero hanno scritto ancora, ma non è stata la stessa cosa.

Lui e Lucentini, non solo giallisti ma artisti assoluti, sublimi analisti del costume italiano (la prevalenza del cretino, già…), erano due mezze mele, due scettici blu, coltissimi e distaccati, ironici e remoti. Amavano le eccentricità, le asimmetrie. Negli anni del neorealismo e della letteratura impegnata, inevitabilmente di sinistra, loro pensavano ai venusiani: non era fuga, e nemmeno distacco, era la prova che chi scrive deve sempre cercare anche altri universi, e spingere lo sguardo laggiù, o lassù. Senza gabbie, senza tessere mentali. Era troppo, tutto questo, per la paludata Einaudi, e infatti le reciproche strade si separarono.

VIDEO FRUTTERO E LUCENTINI

Lucentini era il filosofo, l’architetto delle storie, invece Fruttero era la penna, era lo stile. Non è vero che scrivessero insieme, e che avessero messo insieme quell’autentico capolavoro di leggerezza e scandaglio sociale che resta “La donna della domenica” (classe ’72, ma pare scritto ieri mattina) assemblando un capitolo per uno: lo scrittore era Fruttero, mentre Lucentini era il revisore, la voce critica, il rifacitore. Risultato: la perfezione.
Carlo Fruttero era un uomo amabilissimo e difficile. Non lunatico e saturnino quanto Lucentini, però. Dedicò all’amico una memorabile orazione funebre in cui lo definì un bricoleur della propria morte, perché non doveva essere stato facile tuffarsi in quel modo nella tromba delle scale, un’operazione tecnicamente complessa, e infatti F. & L. adoravano risolvere i rompicapo.

Monsù Fruttero era un signore meravigliosamente snob, torinese fino nel midollo, e parlargli era un’avventura indimenticabile. Con quella voce bassa e bizzarra, è stato anche una star stralunata della tivù con Fabio Fazio: interagivano a meraviglia. Resteranno il suo sguardo, l’accuratezza della frase rotonda eppure ellittica, sempre alla ricerca del sottofondo, del semitono, della sfumatura. Lui e Lucentini hanno captato atmosfere con garbo e stile: anche per questo marziani, venusiani in un mondo delle lettere a volte così banale e greve.

(da La Repubblica)

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