L’EVENTO LETTERARIO DELL’INIZIO 2012 / PRESTO DISPONIBILE PRESSO IL PUNTO EINAUDI DI SONDRIO

Philip Roth / GOODBYE COLUMBUS

Einaudi Supercoralli 240 pagine                                                                                                        in uscita

Un libro che è valso a Roth la fama di “ebreo che odia gli ebrei” per il ritratto, tutt’altro che lusinghiero, che fa di una certa borghesia ebraica. Neil Klugman è un brillante laureato della Rutgers University che lavora, sottopagato, in biblioteca e vive con gli zii in un quartiere operaio di Newark. Un’estate incontra la splendida Brenda Patimkin, rampolla di una ricca famiglia ebrea capace, molto più di quella di Neil, di integrarsi nel tessuto sociale americano. Neil conquista Brenda con la ferrea determinazione insegnatagli dagli zii (sebbene destinata ad altri scopi): la conquista più difficile, però, è quella del rispetto dei genitori della ragazza, in particolare della madre. L’esito sarà tutt’altro che scontato. Completano il volume cinque racconti in cui ritroviamo riverberati gli stessi temi del romanzo breve che dà il titolo al libro. Sono, già allora, i temi del Roth più maturo: l’assimilazione e il rifiuto, il sesso come campo di battaglia per le tensioni sociali, la conquista, mai definitiva, dell’identità.

Livia Manera                                                                                                                                          “Mi diedero dell’antisemita e quel racconto mi liberò”

Seduto al bancone di un bar di New York alcuni anni fa, lo scrittore irlandese Frank McCourt diceva sorridendo tristemente che gli irlandesi e gli ebrei hanno qualcosa in comune, qualcosa che i primi curano con l’alcol e i secondi con la psicoanalisi. Era una battuta, ma una battuta con una sua storia. «Gli altri popoli hanno una nazionalità», diceva il poeta Brendan Behan. «Noi irlandesi e gli ebrei invece abbiamo una psicosi». Si può essere o no d’accordo, ma certo è che i tormenti degli uni e degli altri sono stati uno dei terreni più fertili della letteratura del Ventesimo secolo.

Di tutti i libri di autori ebrei americani del dopoguerra, la raccolta di racconti Addio, Columbus (che Einaudi ripropone a fine gennaio) è forse quello che più clamorosamente ha agito da detonatore di quella «psicosi» alla fine degli anni 50. Ci ha raccontato Philip Roth in una recente conversazione a New York: «Quando ho pubblicato uno dei racconti di questa raccolta sul “New Yorker” nel 1958 — in cui un soldato ebreo furbastro e disonesto cercava di evitare il fronte facendo leva sulla comunione di fede col suo superiore, il sergente Marx — sono stato oggetto di un attacco furioso. Mi sembra fosse un lunedì, vivevo in un seminterrato sulla Decima Strada nell’East Village, e ogni mezz’ora andavo fino all’edicola della Quattordicesima per vedere se era arrivato il “New Yorker”. Avrò fatto avanti e indietro cinque o sei volte quando finalmente a mezzogiorno ho trovato il giornale e me lo sono portato a casa in uno stato di grande eccitazione. Avevo venticinque anni, era la pubblicazione più importante della mia vita…».

Quel ragazzo intellettualmente ambizioso che veniva dalla piccola borghesia ebraica della città industriale di Newark e disprezzava Eisenhower, «Time», «Life», Hollywood e la televisione, non poteva sapere che mentre lui si rigirava tra le mani la più prestigiosa rivista americana con il suo racconto, la redazione del «New Yorker» veniva inondata di telefonate e lettere di ebrei che cancellavano l’abbonamento. «Insomma io ero un ragazzo ebreo, cresciuto ebreo anche se non ero praticante. E improvvisamente tutta questa gente mi assaliva dandomi dell’antisemita, questa cosa che avevo detestato per tutta la mia vita! Dicevano che ero un self-hating jew (un ebreo che odia se stesso, ndr). Non sapevo nemmeno cosa volesse dire!». La sua reazione fu di rabbia, solo che quella rabbia, invece di allontanarlo dai lettori, regalò al futuro autore del Lamento di Portnoy una motivazione. «Non perché pensassi che fosse giusto offendere le persone, ma perché quegli attacchi dimostravano che avevo colpito nel segno. Quando nei giorni successivi mi invitarono a un pubblico dibattito in una Yeshiva e ingenuamente ci andai, fui lapidato. Dopo un episodio così avrei dovuto essere un non-scrittore per andare a cercare il soggetto dei miei libri altrove».

Addio, Columbus uscì in libro nel 1959 e vinse il National Book Award: a dimostrare che quello scrittore così giovane e già controverso aveva stile, intelligenza, un mondo ricco e un talento innato per toccare il nervo scoperto di una comunità culturale. «Il solo fatto che nel racconto che dà il titolo al libro avessi scritto di una ragazza ebrea che andava a letto con un suo coetaneo scatenò di nuovo il furore dei lettori». Ma non era solo questo. In quel racconto Neil Klugman, giovane ebreo di origini modeste appena laureato in un’università pubblica e impiegato alla biblioteca di Newark, dà la caccia con la determinazione di un segugio a Brenda Patimkin, ragazza ebrea bellissima, più ricca e più assimilata di lui, che studia in un college privato. Ma la differenza di classe sentita acutamente dalla famiglia di lei, il cui padre si è arricchito vendendo articoli sanitari, è inversamente condivisa dal protagonista che essendo già un intellettuale si disgusta a poco a poco del mondo volgare e materialista dei ricchi Patimkin.

«Quello che all’epoca ha fatto infuriare i lettori di Addio, Columbus era che raccontassi di una ragazza ebrea che comprava un diaframma. E che in un altro racconto della stessa raccolta, intitolato “Epstein”, avessi scritto di un ebreo sposato che era un adultero. Beh, posso darvi la mia parola — ride Roth gustandosi quel ricordo — che c’erano ragazze ebree che compravano diaframmi e c’erano uomini ebrei che erano adulteri». Che tutto ciò potesse essere scandaloso lo diverte ancora a cinquant’anni di distanza. «Lo sa cosa rispondeva Isaac Singer quando gli chiedevano “Perché Mr. Singer si ostina a scrivere di puttane ebree e di sfruttatori ebrei?”. “E di cosa dovrei scrivere?”, diceva Singer. “Di puttane portoghesi? Di sfruttatori portoghesi?”».

Di certo, quello che colpisce oggi rileggendo Addio, Columbus è che Roth sia uno scrittore che ha trovato subito la sua voce, l’ha persa nei due libri successivi per voglia di sperimentare (Lasciarsi andare e Quando Lucy era buona) e l’ha ritrovata per non abbandonarla più nell’oltraggiosa performance letteraria di Portnoy dieci anni dopo, nel 1969. Ma colpisce anche che il mondo tribale che descrive in questo primo libro — la volgarità degli ebrei arricchiti di seconda generazione, le domande di un bambino ebreo sulla Vergine Maria che portano un rabbino all’esasperazione, o il desiderio d’amore che stravolge la vita di un maturo ebreo sposato — rifletta esperienze universali, archetipi riconoscibili a tutti.

In un’introduzione a Addio, Columbus scritta in occasione del suo trentesimo anniversario, Roth sottolineava che questi suoi primi lavori sono «racconti spontanei, in cui la satira sociale era come una pelle tesa sull’ossatura della favola folklorica». E proseguiva mettendo il dito sulle due spinte uguali e contrarie che avevano innescato la sua reazione creativa: «Il desiderio di ripudiare e il desiderio di restare attaccato; un senso di fedeltà e una voglia di ribellione; il sogno di intraprendere una strada ignota e ricca di sfide e il contro sogno di rimanere saldamente attaccato a ciò che è familiare». Da queste tensioni — e dalla conseguente scelta di pubblicare questi racconti non solo sul «New Yorker» ma su riviste di segno culturale opposto come «Commentary», di forte matrice ebraica, o «The Paris Review», fondata da un gruppo di gentili privilegiati e cosmopoliti — sarebbe nato quello che oggi definisce con affettuosa nostalgia, «un euforico senso di libertà».

(da Corriere della Sera)

PER PRENOTARE UNA COPIA DI GOODBYE COLUMBUS SCRIVI A einaudi.so@gmail.com

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